Licenziato per aver caricato un video su YouTube

Il primo video satirico era finito in bacheca aziendale, segnalato nel concorso lanciato dalla stessa società. Il secondo è forse passato inosservato, nonostante il titolo bizzarro: «Tette o patate». Non così il terzo, un paio di mesi fa. La rilettura in chiave comica dello spot ufficiale dell’azienda, con tanto di backstage riutilizzato; l’uso del marchio Old Wild West; il doppiaggio del testimonial illustre, Ezio Greggio, che viene diretto nel video dallo steso dipendente e da un collega che sono i registi del video; il set delle riprese, allestito nel locale, a Silea, fuori dall’orario di lavoro, fra banco e cucina; tutto è costato carissimo al dipendente, che lavorava in cucina dopo aver prestato sevizio in pizzeria. E non c’è stato spazio per valutazioni artistiche, satiriche creative.
Il dipendente è stato licenziato, pochi giorni fa, dopo la contestazione del datore di lavoro, la sospensione cautelare, l’incontro per esporre la memoria difensiva, in cui il dipendente era assistito dal sindacato.
L’azienda ha agito in base all’articolo 2219 del codice civile, nonchè ai sensi dell’articolo 192 del contratto nazionale di lavoro del settore Turismo e Pubblici Esercizi.
La Cigierre (compagnia generale di ristorazione spa), società con sede a Torreano di Martignacco (Udine), proprietaria ed esclusivista del marchio Old Wild West, ha ritenuto che il comportamento dell’ uomo abbia leso irrimediabilmente il vincolo fiduciario fra datore e dipendente. Nel mirino erano finiti anche due colleghi, gli attori del video, ripresi nelle cucine del locale di Silea. Fra loro un indiano.
La battuta era tutta giocata sull’ambientazione Far west dello spot, in linea con il marchio: «Fate gli indiani o pagate?», veniva fatta pronunciare, in doppiaggio, a Greggio. Ma non ci sono stati altri provvedimenti da parte dell’azienda, anche perché il dipendente regista si sarebbe assunto ogni responsabilità.
Il video incriminato, ma anche gli altri che coinvolgevano l’azienda, sono adesso stati rimossi dalla rete.
Chi bazzica il web e conosce il dipendente assicura che l’uomo non sia affatto nuovo a video satirici postati su YouTube – poco meno di un centinaio, pare, alcuni dei quali molto estrosi, per non dire bizzarri – e che un altro paio di video lanciati nel web abbiano come set altri locali, del centro città. Con tanto di volti di notissime star di Hollywood e cantanti, opportunamente doppiati, anche in dialetto.
Materiale che chiunque vede su Whatsapp spesso e volentieri. E senza che questo abbia mai dato adito a contestazioni, almeno sino a oggi. Peraltro l’uomo non ha mai celato la sua identità ricorrendo a nickname o false identità.
Ma l’azienda ha valutato i fatti in ben altra maniera, e non è nemmeno entrata in valutazioni critiche, visive, i testi e le battute. Nè satira nè divertimento. Non c’è spazio per l’ironia, quando l’azienda denuncia una «condotta contraria a ogni principi di lealtà e correttezza e diligenza», e soprattutto «lesiva della reputazione aziendale».
Fra le numerose contestazioni mosse al dipendente, l’appropriazione indebita delle immagini degli spot; la loro manipolazione e contraffazione; l’utilizzo non autorizzato di marchi, materiale protetto da copyright; il contenuto «irrisorio» delle battute nella sceneggiatura del video.
E la società Cigierre non ha mancato di ricordare anche i possibili risvolti legali della vicenda, rammentando al dipendente come «il «pubblico ludibrio» a marchio e formula commerciale.
È la giusta causa ai tempi di YouTube: e chissà se il tanto discusso Jobs act ne ha tenuto conto.
Un campo tanto aperto, poco esplorato sin qui, quanto minato, dove collidono diritti aziendali e libertà del pensiero, gli imprescindibili obblighi del dipendente, le prerogative aziendali, il diritto di satira e il contratto, la leggerezza del web e il rispetto di marchi e di esclusive, con clausole certamente più ferree delle possibilità di manipolazione, adattamento e correzione messi a disposizione dalla tecnologia per la fantasia di chi naviga o si cimenta con video
Nell’era 2.0 è social anche il licenziamento.
Quasi mezzo secolo dopo, la rete apre una nuova frontiera, impensabile per Giugni e gli altri giuslavoristi che prepararono lo statuto dei lavoratori.
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