Le piante maschili non hanno il “thc”
Se vi trovate in un orto botanico meglio chiamarla semplicemente “canapa”. Se invece siete alla ricerca di un piccolo sballo, e non volete che il pusher di turno sgrani gli occhi dandosela a gambe, conviene chiamarla in forme più gergali come “erba”, oppure “ganja”, tutt’al più “sensimilia”. Di nomi e soprannomi la cannabis ne ha tantissimi. Altrettanto vale per i suoi usi: da questa pianta, conosciuta fin dal neolitico, si possono produrre carta, fibre tessili (le famose corde di canapa), olio e concimi naturali. Su versanti più mistici, da tempo, la cannabis (questo è il suo nome ufficiale), è nota anche per le sue proprietà psicotrope. Il principio attivo che genera i suoi più noti effetti, come quello antidolorifico ed euforizzante, è il thc (delta-9-tetraidrocannabinolo). Questa sostanza si concentra nelle infiorescenze delle piante femmina. Nei maschi (quelli che saranno piantati durante la critical mass antiproibizionista di mercoledì prossimo) è invece praticamente assente. Chi la fuma utilizza i fiori essiccati (marijuana) della pianta femmina oppure un composto solido di colore marrone derivato da resina e polline (hashish o charas). Il movimento antiproibizionista recentemente ha potuto festeggiare negli Usa: dopo il Colorado e Washington potrebbero dire sì all'uso ludico della cannabis anche molti altri stati. In Europa rimane unica isola non proibizionista l'Olanda. (m.m.)
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso








