La trappola del Friuli: così hanno “bruciato” Giuseppe Stefanel

Lo hanno già chiamato il «pasticciaccio di Bepi Stefanel», capolista del Pdl al Senato per un weekend in Friuli, ma bruciato in meno di 48 ore sull’altare delle lotte intestine degli azzurri friulani e giuliani.
L’imprenditore di Ponte di Piave, lanciato da Galan prima in Veneto, e poi dirottato sul vicino Friuli per il timore che l’affollamento di candidati in Veneto non gli lasciasse un posto al sole per portarlo in sicurezza in Parlamento, si è trovato in una centrifuga politica di rare proporzioni. Di cui certo avrebbe fatto volentieri a meno. Basti dire che domenica il governatore friulano Tondo è dovuto volare a Roma, e fare il diavolo a quattro da Berlusconi e dall’entourage del Cavaliere che coordina le liste paventando scenari disastrosi in Friuli, non solo a Trieste. Risultato: lista rifatta domenica, Stefanel letteralmente impallinato dal Pdl della regione confinante. E nota assai stizzita dell’imprenditore.
Non si uccidono così (politicamente).... nemmeno i cavalli. Galan, lanciando la candidatura dell’amico Bepi, aveva probabilmente tutte le buone intenzioni di dare un valore aggiunto alle liste venete. Stefanel, per quanto non sia più sulla cresta dell’onda, resta sempre uno dei nomi che hanno scritto la grande saga del Nordest quando il mondo sapeva dov’era Venezia, ma non le «campagne» circostanti, come le avrebbe poi chiamate, con un occhio alla storia delle Serenissima, Marco Paolini.
La partita, nelle mani dell’ex governatore, è poi deragliata, su binari non più controllabili. E forse adesso Stefanel non ringrazierà più per l’attenzione l’amico Giancarlo: tre giorni effimeri di ribalta, soltanto per finire “silurato” anzitempo. Altro che palazzo Madama.
Ma Stefanel (e Galan), non necessariamente nell’ordine, devono ringraziare soltanto la scarsa lungimiranza della scelta friulana. Nel contenuto, pare, più che nel metodo della diversione geografica. Il muro eretto dai triestini del Pdl davanti al nome di Stefanel (memori di quando spostò da sotto San Giusto il grande basket, da lui sponsorizzato, a metà degli anni ’90) ricorda la vecchia cortina di ferro che sul Carso separava Italia e Jugoslavia durante la guerra fredda.
Secondo il Pdl, il nome di Stefanel era poco meno che indigesto sotto San Giusto, stante la buona memoria dell’elettorato triestino. Senza contare che poi metteva a rischio - puro eufemismo - il seggio senatoriale sin qui sicuro di Camber, lo storico esponente triestino. «Ma pensate davvero di trovare qualcuno che vada a spendersi per Stefanel? » hanno tuonato in coro i pidiellini triestini. Irriferibili, dicono, alcuni commenti in dialetto. «Cos bazilè?» ha riassunto per tutti, diplomaticamente, un militante di lunga data. Non che in Friuli.... a San Vito al Taglimento, Stefanel chiuse uno dei suoi stabilimenti.
Meglio di no, hanno concluso i vertici del Pdl a Roma di fronte al diktat del governatore Tondo. E hanno rifatto le liste. Oddio, al posto di Stefanel è arrivato un altro «foresto», un big piemontese. Se ne farà una ragione Camber?
Intanto il buon Bepi, travolto da un ciclone nell’insolito (per lui) Porcellum invernale, è tornato a concentrarsi sull’azienda. E ai suoi mille fronti di attività, compreso il faraonico progetto Veneto City che dovrebbe muovere i primi passi fra Venezia a Padova.
Ma quello di Stefanel è solo l’ultimo capitolo della saga che nella cosiddetta Seconda Repubblica ha visto gli imprenditori sempre più nel mirino della politica. Ricordate Luciano Benetton con le mani davanti alle parti intime? Portò i repubblicani a cifre record ed entrò trionfalmente in Senato, salvo poi pentirsi amaramente. Un conto è l’azienda, altro la politica. Eppure la formula continuò a tenere banco: il Pdl portò in Parlamento prima l’imprenditore del caffè Massimo Zanetti, quindi il re della cucine Giacomo Archiutti.
E la Lega? Dopo l’esperienza di sindaco di Oderzo, il primo del Carroccio nella Marca, trampolino per Bepi Covre, simbolo delle Pmi del Nordest. E per Fabio Padovan, titolare della Otlav di Santa Lucia: uno eretico, l’altro barricadero e pasionario, destinato poi a guidare le proteste anti fisco. Nessuno dei 2 un big, ma non per questo meno noti e radicati.
Negli anni, i partiti ci hanno provato con i vari Nicola Tognana, Andrea Tomat, lo stesso Zanetti. Quest’ultimo, a ogni elezione del capoluogo, torna fuori per poi restare sistematicamente fuori dai giochi. Se non per il Parlamento, anche per correre da sindaco. Pure in tempi di crisi. Non ci ha pensato anche Veltroni, qui a Nordest, quando sorprese tutti - era il 2008, l’altro ieri - portando Calearo? Il risultato fu tutt’altro che esaltante e finì con il voltafaccia dell’industriale, decisivo per il salvataggio del Cavaliere. E il Pdl, in questi giorni, non aveva pensato anche al super tipografo padovano Franceschi? Naufragato. La crisi mette in crisi anche i capitani d’industria in politica? Ma Giannino va controcorrente. A Treviso lancia Alessandra Pegorer, già vicepresidente di Unindustria.
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