Il sogno di coach Peterson: «Benetton torni nel basket»

CASTELFRANCO. «Conta più il gioco di squadra che i singoli talenti. E la determinazione dei veneti, sportivi e imprenditori. Quella non la vendono al supermercato, bisogna averla nel dna». Efficace come sempre, il coach Dan Peterson sale in cattedra davanti a circa trecento imprenditori invitati alla convention aziendale di Velvet Media, auspicando - ma sarebbe meglio dire sognando - un ritorno della famiglia Benetton nel Basket di alto livello.
L’incontro è stato promosso dalla web agency castellana, che ha chiuso il 2017 con numeri da capogiro (cento milioni di contatti sui vari profili social seguiti grazie a un portfolio di centinaia di aziende di ottanta settori merceologici diversi, fatturato da settecentomila a tre milioni di euro, raddoppio dei dipendenti – da 43 a 87 – in soli dodici mesi). All'Hotel Fior, però, occhi e orecchi erano tutti per lui, per il “numero uno” che ha conquistato cinque scudetti nel basket («ma ho anche perso altrettante finali scudetto») e appena sbarca all’Hotel Fior telefona alla moglie, a Milano, per dirle che è arrivato. Ma che cosa possono avere in comune sport e impresa? Peterson è categorico: «Lo sport è la palestra della vita, in tutte le sue espressioni. Io ho avuto la fortuna di fare questa esperienza e ora la racconto a tutti. Il mondo dello sport è innanzitutto trattare con le persone, vale per tutto, anche per la vita militare».

E qui emerge la sua teoria: «Nel lavoro come nello sport conta quello che uno fa. Non il talento che hai, ma quello che dai. Non è neppure questione di budget: vi sono squadre ricche che fanno stagioni deludenti, e altre con meno possibilità che fanno miracoli. Non dimenticare mai che non si parte da un lavoro tecnico ma da un lavoro con le persone, conta quello che riescono a fare insieme». Ma le analogie tra sport e impresa non finiscono qui: «Il leader dell'impresa è un coach, è il medesimo lavoro: è quello che prende le decisioni, più che il playmaker. Ed è quello che sa ascoltare: mi è capitato tantissime volte nei time out di chiedere a Mike D'Antoni: Mike, che vuoi fare? E molte volte ho seguito il consiglio di Mike perché lui era in campo, era lui che prendeva le botte, che sudava, era oltre la linea bianca. Aveva lui il vero feeling della partita».
L'incontro a Castelfranco è anche l'occasione per Peterson per un elogio al Veneto dello sport e del basket, da lui ben conosciuto con Meneghin, Villalta, Bariviera: «I veneti, dal ciclismo al basket, al calcio, sono gente tosta, più che voler vincere, non vuole perdere. Meneghin e gli altri non ne volevano proprio sapere di perdere». C'è spazio anche per i ricordi, come quella volta nel 1986 che a Treviso fece scendere in campo Meneghin, Bariviera e Premier più due americani, e il coach di allora Massimo Mangano gli disse: «Non è giusto, non puoi mettere tre trevigiani nel quintetto base, così sbanchi Treviso»; «Dovevate tenerli voi» gli rispose lui. Ma parlando di basket e impresa, impossibile non fare riferimento ai marchi che hanno fatto la pallacanestro: «E continuano a farla grande. Parlo di Armani a Milano e, notizia di oggi, Fiat a Torino. Vorrei tornare a vedere Benetton nel basket: Gilberto ha detto più volte di no. Ma sono un nostalgico. Anche se sono americano, mi manca la Scavolini a Pesaro, vorrei vedere Ignis a Varese, e Benetton a Treviso. Rimango molto male perché in A2 c'è una sola promozione, una cosa ingiustissima. Quest'anno ho grande fiducia in Pillastrini. Ma ci sono anche Trieste e Fortitudo. Certo è che saremmo in tanti a voler rivedere Treviso nella massima serie per quello ha significato nel basket».

E QUESTO CHI SE LO RICORDA?
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