Il mondo del ciclismo piange “Nani” Pinarello

Il fondatore della storica azienda si è spento giovedì pomeriggio al Pronto soccorso del Ca’ Foncello di Treviso. Il funerale oggi al Duomo di Treviso
BOLOGNINI TREVISO PARTENZA ''LA PINA'', IN FOTO NANE PINARELLO
BOLOGNINI TREVISO PARTENZA ''LA PINA'', IN FOTO NANE PINARELLO

Pochi come «Nani», ciclista e imprenditore, hanno incarnato la religione del lavoro, inconfondibile radice del Nordest. Quando la famiglia era in vacanza a Jesolo, tornava in bici, dopo 2 o 3 giorni. «No so cossa far, eà», confessava. Rivendicava, con modestia, il titolo di cène (ragazzo). Prima alla Paglianti, l’azienda di Dosson dove aveva cominciato prima della guerra, al magazzino di Santi Quaranta. L’incontro - fatale - con il ferro dei telai, avvenne lì. E poi anche nell’officina di Catena, avviata con il fratello Carlo. La storia dice che la aprì con i soldi avuti in premio per non correre il Giro, e lasciare il posto a Fornara: 100 mila lire. Lavorava e correva, Giovanni. Ma quel giorno creò un avvenire, e un mito.

La gavetta, i tempi durissimi della guerra, ne avevano fatto un uomo oculato, attentissimo ai conti, peraltro stilati sul palmo delle mani (carta mai), poi lavate sistematicamente. Sapeva il sacrificio e la durezza del ciclismo. Spesso le telecamere lo inquadravano sul palco, mentre consegnava il premio ai suoi atleti vincitori. E nell’ambiente si parlava delle sue mancette, che elargiva con disinvoltura. Il passato di corridore lo induceva ancora, d’inverno, a coprirsi il petto con la carta di giornale. Era spartano. Memorabili le sue trasferte di un giorno, da Sanremo alle tappe del Tour: portava con sè 4 mele, altro che pranzi e cene («do pomi andar e do tornar»). Il suo cuore resse malanni e tornò come nuovo, anni fa, grazie a un pace maker. Superò persino il dolore senza tregua per la morte del figlio Andrea, a soli 40 anni. Una frattura al femore, con complicazioni, lo aveva tenuto un mese in ospedale. Ma aveva vinto anche questa ultima tappa, tornando nella casa dietro piazza del Grano. Ieri la resa, per una crisi respiratoria.

Era nato a San Sisto di Villorba, e omaggiava sempre la mamma al cimitero: un tempo ci andava con la sua bici rossa, riattata da un antico modello da corsa. Non era da corsa nemmeno il suo modello più amato, che regalava agli amici: la classica «lunga vita».

Un’istituzione, Nani. Un’icona. La botega di piazza del Grano era diventata meta turistico supplementare della città. E la Granfondo Pinarello, l’ultima creatura della dinasty, è un esempio di come lo sport, a Treviso, diventi costume e tradizione, rito e turismo, indotto e business.

Sono in lutto i suoi dipendenti - scelti oculatamente fra i maghi dei telai (Elvio Borghetto), e gli ex corridori (Gemin, Tonon, Zen, Poser), Lo piangono i campioni del ciclismo a lui più vicini: Battaglin (che con le sue bici vinse Giro e Vuelta, e oggi è costruttore a sua volta). E Miguel Indurain, così amico da essere di casa in via Casa di Ricovero. «Tenetelo d’occhio», profetizzò nel 1987. Aveva avuto fiuto, e Miguelone non aveva dimenticato. E ancora Bertoglio, Delgado, Ullrich. Più stranieri che italiani, da vero glocal.
Lo piange la città, cui tanto ha dato, e che lo ha onorato con il «Totila», prima che lo Stato lo insignisse del cavalierato. L’isolato dove borgo Mazzini sfuma in piazza Matteotti è il suo borgo, e tutto parla di lui .

Da oggi, dietro piazza del Grano, il mondo non sarà più lo stesso, Nani è andato in fuga, imprendibile. Lui che faceva di tutto per restare indietro.

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