I soldi della coca per spolpare le aziende

I Matia facevano shopping tra le società in chiusura per rivendere gli attrezzi in Albania. E compravano locali e case
Di Federico De Wolanski

La crisi economica era uno dei più importanti canali di investimento dei proventi della droga del «Clan Matia», la banda di albanesi sgominata dalla Narcotici di Treviso con i 13 arresti nell’ambito della maxi indagine che ha coinvolto anche Andrea Giuliato, fratello del sindaco di Casale Sul Sile.

La famiglia albanese, radicatissima nel territorio trevigiano, aveva infatti deciso di sfruttare le aziende edili in difficoltà per riciclare il denaro proveniente dal grande traffico di stupefacenti. Il clan puntava le società in via di chiusura per fare acquisti di macchinari, attrezzature, beni mobili a prezzo di stock che venivano spediti poi nei Balcani e rivenduti. I guadagni? Reinvestiti in case, locali, aziende e nuova cocaina da inviare in Italia.

Società di famiglia. Era una macchina mastodontica quella gestita dal «Clan Matia». Un’impresa che nella’apparente normalità della vita «sotto traccia» fatta da tutti i componenti della famiglia, permetteva di muovere capitali di centinaia di migliaia di euro. Fratelli, cognati, nipoti partecipavano al business ottenendo ciascuno un proprio guadagno. «Una società in piena regola», sottolineano gli investigatori della questura di Treviso «che investiva anche nella Marca». Le case venivano comprate contraendo mutui ed era in corso la trattativa per un locale pubblico sul quale ora la Questura indaga a 360 gradi.

Treviso, Brescia, Cervia. Sette chili di coca in arrivo. Con l’arresto del «cervello», il «presidente» della spa Edmondi Gjini, 36 anni, pezzo da novanta del traffico di droga balcanica e della «tratta delle bianche», il sistema ha subìto un colpo durissimo. Indagini e intercettazioni della Narcotici hanno permesso di capire cosa sia successo dopo, e quanto vasto fosse il giro gestito dagli albanesi dalla Marca. Sparito Gjini, i Matia hanno cercato di ristabilire il contatto e le spedizioni. Per questo, a fine febbraio, tre uomini sono partiti dall’Albania con il compito di pianificare e «ricucire». Le tappe? Treviso, Brescia, Cervia. Sul tavolo una spedizione da sette chili di cocaina che la polizia ha cercato di intercettare. I tre sono finiti tutti in manette, l’auto sulla quale viaggiavano smontata pezzo per pezzo. Cocaina? Zero, eppure un mese dopo nel giardino di Mark Matia ne arrivavano due chili, e cinque finivano tra la riviera e il bresciano. Come erano giunti fin qui? Altri canali di famiglia, secondo gli inquirenti, a dimostrazione che la spedizione dei tre serviva solo ad avvertire, comunicando codici, luoghi, mezzi per intercettarla.

Spaccio al dettaglio, bimbi al seguito. Fulminei, precisi, insospettabili. I Matia smazzavano coca alla luce del sole e nei luoghi più impensati, come il bar di un noto store di abbigliamento di Vedelago dove a uno degli albanesi è bastato lasciare pochi istanti la famiglia tra i vestiti a fare acquisti per scendere al bancone, bere un caffè e piazzare 50 grammi di cocaina a un acquirente incontrato lì.

Il potere e la forza. A mettere in riga tutti solo lui, Gjini, che arrivava in Italia in anonimato – due o tre giorni al massimo in un appartamento nel cuore di Preganziol – incassava soldi, dava ordini, ripartiva. Il resto erano gli equilibri di famiglia e quelli della comunità albanese dove ogni sgarro era punito. Il colpo di pistola nella discoteca Ambra, in Feltrina, due anni fa, secondo la polizia potrebbe essere stato un regolamento di conti diretto proprio dai Matia.

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