«Ho salvato 20 bimbi sulla nave del terrore»

VITTORIO VENETO. «Abbiamo riconsegnato vivi, io e gli altri animatori, 20 bambini e 3 ragazzi ai loro genitori. Ed il grazie affettuoso che ci hanno detto e ripetuto, a poche ore dal salvataggio, è la soddisfazione più grande della mia giovane vita». A parlare è Michele Ghiani, 21 anni, di Vittorio Veneto, già allievo dell’Istituto Nautico Venier di Venezia, al suo terzo imbarco in una nave da crociera, la prima volta sulla “Costa Concordia”, del gruppo Animatori della società crocieristica.
Dov’era la sera del naufragio?
«Mi trovavo al decimo piano in attività con un gruppo di 23 tra bambini e ragazzi, alcuni anche del Veneto. I genitori li hanno lasciati a noi animatori, mentre loro cenavano».
Ha sentito il botto?
«Sì, un botto pesante. Ma abbiamo realizzato quanto poteva essere accaduto solo quando è scattata l’emergenza».
Quanto dopo?
«L’allarme ci è stato dato non più tardi di 20 minuti dopo. La nostra unica preoccupazione era di mantenere la massima tranquillità».
Quali sono le procedure che scattano nell’emergenza?
«Vengono attivati codici e segnali, ad esempio determinati fischi, che solo noi dell’equipaggio allargato conosciamo e che ai croceristi non vengono palesati proprio per non creare problemi».
Si è detto, in queste ore, che i soccorsi in nave sono stati inadeguati per non dire inesistenti. E in particolare che il comando ha nascosto l’emergenza per lungo tempo…
«In queste ore si sono dette e scritte cose non sempre vere. Che cosa sarebbe successo, con 4 mila persone a bordo, se fosse stato dato l’allarme immediato con l’invito ad abbandonare la nave? La tempistica ha permesso di salvare 4 mila persone. E non è poco. Nel mio caso, quei 20 minuti ci hanno permesso di organizzare mentalmente la riconsegna dei bambini e dei ragazzi alle famiglie, dopo che queste erano state radunate in due punti d’incontro previsti dalla procedura di emergenza».
In quei minuti, lo confessi, non è stato catturato dalla tentazione di mettersi in salvo?
«All’Istituto navale e poi dalla Costa Crociere siamo allenati ad ogni situazione di pericolo. Determinati comportamenti ci vengono fissati in testa in modo indelebile. Noi animatori, ad esempio, sappiamo che dobbiamo lasciare la nave per ultimi, insieme all’equipaggio».
Così non è stato per tutti. Il comandante è in carcere proprio perché se n’è andato prima.
«Non lo so, l’ho sentito al telegiornale. Io so che ho lasciato la Concordia con una delle ultime lance, quelle appositamente previste per l’equipaggio».
Ma quando gli altoparlanti hanno dato l’ordine di abbandonare la nave, lei che cosa ha fatto?
«Ho dato una mano agli amici dell’equipaggio per organizzare l’evacuazione che, nonostante l’agitazione del momento, perché tutti volevano salire sulla prima scialuppa, si è svolta in modo ordinato».
In modo ordinato?
«Abbiamo o no salvato 4 mila persone E’ vero, ci sono diversi morti e più di una trentina di dispersi. Ma oggi il bilancio sarebbe molto più grave».
I genitori, anche veneti, dei bambini che lei aveva in consegna non hanno protestato?
«Se non lo crede è libero di farlo. Ma è andata proprio così. Tanto che già all’isola del Giglio, quando li ho rincontrati, dopo il trasbordo, sono venuti in cerca di me e dei miei colleghi per ringraziarci con quel trasporto che è tipico di questi momenti».
Il comandante è in carcere a Grosseto, non solo perché ha abbandonato la nave anzitempo, ma anche perché avrebbe sbagliato rotta…
«Mi creda, non so nulla. O, in quel momento, stavo lavorando e dal nostro club non vediamo cosa succede all’esterno».
Dopo quanto è successo, ci ritornerà?
«E’ il mio lavoro, la mia vita. Per il momento, però, mi riposo. Anche dallo spavento. E ringrazio i familiari che sono venuti a prendermi direttamente a Porto Santo Stefano».
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