«Gli ho dato cinque euro e lui mi ha preso a pugni»

«Io sono un terrone di Nola, ma non avrei mai voluto essere protagonista di un fatto di cronaca che oscura la bellezza di Treviso. Io Treviso la amo». È loquace e ironico, Pasquale Bianco, il pensionato di 86 anni, all’indomani della rapina di cui è stato vittima, per mano di un accatone, nel tardo pomeriggio di giovedì. Disteso nel suo letto, nel reparto di Ortopedia del Ca’ Foncello, l’ex ispettore del Fisco ricostruisce nei dettagli l’aggressione in via Catelmenardo, nonostante la frattura di un piede per la quale sarà necessario un intervento chirurgico.
Come sta signor Bianco?
«Abbastanza bene. Ieri, appena ricoverato avevo dei forti dolori al piede, non lo potevo muovere. Oggi va meglio».
Ci può spiegare cos’è successo giovedì pomeriggio?
«Certo. Nel pomeriggio, come al solito, ero uscito di casa per fare due passi. Dopo essere andato in una ricevitoria di Piazza dei Signori per giocare all’Enalotto, mi sono messo in cammino per tornare a casa. A un certo punto, è apparso un uomo».
Era a piedi?
«No, era in bicicletta. Mi si è avvicinato e mi ha abbracciato. Mi ha pure dato un bacio. Sembrava mi conoscesse e anch’io, francamente, mi pare di averlo visto ancora, anche perché conosco tante persone e non dubitavo assolutamente sulla buona fede di quel saluto».
Come ha introdotto il dialogo?
«Mi ha detto che era da una settimana che non mangiava. “Dammi un po’ di soldi, per favore, perché devo sfamare anche i miei figli”. Io gli risposto che anch’io ho bisogno di mangiare ma che 10 euro glieli davo molto volentieri. Ho estratto il portafoglio ma avevo pezzi di diverso taglio. A quel punto gli ho dato 5 euro con la promessa che la prossima volta che ci saremmo incontrati gli avrei dato altri 5 euro».
E a quel punto è scattata la rapina.
«No, anzi. Lui mi ha ringraziato, ha preso i soldi, mi ha salutato ed è andato via in bicicletta. Sembrava soddisfatto di quei 5 euro, che gli avevo dato col cuore. Io mi sono girato e mi sono incamminato verso casa, senza accorgermi che lui mi avrebbe seguito. Stavolta a piedi. Per questo si pensa che possa avere avuto anche un complice».
Poi l’incubo in via Castelmenardo.
«Sì, lì all’improvviso, ho sentito prendermi alle spalle. Stavolta era a piedi e aveva una sorta di fasciatura a una mano. Ha iniziato a darmi pugni con violenza in faccia. Me ne avrà dati sette o otto. Finché mi picchiava, non diceva nulla e cercava di togliermi il portafoglio. Ma io ho opposto resistenza. Poi a un certo punto sono caduto a terra. Ho sentito un grande dolore al piede. Lui è riuscito a prendermi il portafoglio ed è scappato a piedi. Una donna è arrivata poco dopo e ha subito chiamato i soccorsi, prestandomi assistenza».
Il suo aggressore era italiano o straniero?
«Parlava italiano, ma era sicuramente straniero. Aveva un’inflessione strana. Era un tipo d’altezza media, molto robusto, di carnagione olivastra e vestito di scuro. I capelli erano di media lunghezza e radi, di dolore castano e con una frangetta. Però, vorrei dire, che di tutta questa vicenda c’è una cosa che mi fa male».
Quale?
«Mia moglie è veneziana e io sono un terrone di Nola. Entrambi, nel 1958, abbiano venduto casa a Venezia per trasferirci a Treviso. Perché è una città bellissima e che amiamo. Vedere che nelle cronache dei giornali e per televisione si parla di Treviso per un fatto di cronaca nera che mi ha visto come vittima, mi fa male, molto male».
Lei è una persona conosciuta in città. Tra i tanti attestati di simpatia ricevuti dopo la rapina ce n’è uno che le ha fatto più piacere?
«No, tutti mi hanno fatto piacere. Per 42 anni sono stato ispettore delle Tasse, ma nonostante il ruolo, ho sempre costruito buoni rapporti con tutti. Nella mia vita ho avuto la fortuna di girare per la provincia di Treviso. In passato sono stato anche capo dell’Ufficio Registro di Valdobbiadene. Sono anche un iscritto all’associazione carabinieri in congedo come semplice simpatizzante».
Lei è conosciuto come una persona generosa. Dopo quel che è successo, rifarebbe l’elemosina?
«Certo che lo rifarei, senza neanche pensarci sopra».
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