Giallo nella sacrestia del Duomo
Scomparse sette opere catalogate nel 1965 da Gianpaolo Bordignon Favero
CASTELFRANCO. Rivoluzione nella sacrestia del Duomo: la tesi di laurea di un giovane di Vedelago mette in dubbio l’attribuzione di due dipinti del ’600. Non sarebbe di Giovanni Battista Novello l’Incoronazione della Vergine, forse attribuibile al più quotato Matteo Ingoli. Dubbi anche sul San Petronio attribuito ad Annibale Carracci: probabile che si tratti di una copia. L’autore della ricerca è Paolo Mazzoccato, 25 anni, che l’ha esposta in luglio laureandosi al Dams di Padova. Doveva trattarsi di un lavoro più che altro compilativo. Un nuovo catalogo dei dipinti contenuti nella sacrestia del Duomo di Santa Maria Assunta e San Liberale, 42 anni dopo il lavoro di Giampaolo Bordignon Favero. Ma lo scrupolo con cui la ricerca è stata condotta, insieme ai progressi fatti nei decenni dalla ricerca storico-artistica, soprattutto per quanto riguarda la conoscenza della pittura veneta del ’600, ha portato a risultati inaspettati. Cambia innanzitutto il numero dei quadri presenti: dal ’65 a oggi sono passati da 40 a 24. Si tratta soprattutto di tele spostate in altre zone della chiesa o della casa parrocchiale, mentre di 7 opere non c’è più traccia, neanche nei ricordi dell’attuale parroco, segno che sono state trasferite altrove da tempo. Si tratta in ogni caso di opere minori, quasi tutte anonime. Ma anche le opere più conosciute hanno riservato sorprese. «Innanzitutto l’Incoronazione della Vergine non è più attribuibile a Giovanni Battista Novello, pittore di cui è stata messa in luce la assai modesta caratura, avvicinandola piuttosto a un ambito prossimo a Palma il Giovane - scrive Paolo Mazzoccato - L’ipotesi che è stata fatta porta al nome di Matteo Ingoli, artista ravennate attivo a Venezia e in terraferma dal secondo decennio del XVII secolo». «Novello, maestro di Pietro Damini, non era un professionista, era soprattutto un uomo d’armi, un nobile che si dilettava di pittura - spiega il giovane - La mano qui sembra quella di un discreto mestierante, qual era Ingoli, epigono di Palma il Giovane». Una rivalutazione non da poco, per il patrimonio artistico del Duomo. Anche se a questa promozione si accompagna una probabile retrocessione: «Sono stati avanzati dei dubbi anche sull’attribuzione ad Annibale Carracci del San Petronio, più probabilmente un frammento di una copia della Crocifissione di Santa Maria della Carità a Bologna». A insospettire Mazzoccato sono state somiglianze e differenze tra le due opere: il San Petronio di Castelfranco è praticamente identico a quello di Bologna, ma la posizione è simmetrica e i colori sono notevolmente diversi. E’ probabile, quindi, che un anonimo pittore veneto sia venuto in possesso di un’incisione tratta dall’opera bolognese di Carracci e da questa abbia tratto il San Petronio castellano. Ciò spiegherebbe l’inversione simmetrica e le differenze di colore, dato che probabilmente l’anonimo pittore non ebbe mai la possibilità di vedere l’opera originale. Si tratta di semplici ipotesi, chiarisce il ricercatore, ma non sembrano aver avuto dubbi sulla loro fondatezza i docenti della commissione di laurea che, convinti dalla relazione di Mazzoccato e della professoressa Elisabetta Saccomani, hanno laureato lo studente con 110 e lode.
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