Fikri chiede il risarcimento per ingiusta detenzione

«Che si arrangino». Tre parole per mettersi alle spalle una storia che lo perseguita da quattro anni e che lo ha segnato con un marchio indelebile. Mohamed Fikri, 27 anni, il marocchino di Montebelluna, coinvolto per una traduzione errata, nel dicembre del 2010, nell’inchiesta dell’assassinio della piccola Yara Gambirasio, ieri mattina, con un biglietto numerato in mano, si trovava in fila, assieme ad altri stranieri, allo sportello della polizia amministrativa della questura di Treviso. Impossibile non riconoscere il suo volto, immortalato dalle telecamere di tutto il mondo, quando fu fermato dagli investigatori mentre rientrava in Marocco.
I guai giudiziari per lui iniziarono la sera del 4 dicembre 2010, una settimana dopo la scomparsa di Yara. Con un’operazione disposta dalla procura di Bergamo, infatti, gli investigatori raggiunsero un traghetto sul quale Fikri stava raggiungendo Tangeri.
La sua appariva come una fuga: poche ore prima le forze dell’ordine avevano intercettato una telefonata, nella quale, secondo la traduzione, Fikri avrebbe dichiarato: «Che Allah mi perdoni, non l'ho uccisa io». Fikri lavorava nel cantiere di Mapello, dove i cani molecolari avevano indirizzato gli inquirenti. Invece, ascoltate da altri interpreti, quella parole vennero tradotte così: «Mio Dio, facilitami nella partenza». Ciò spinse il pm a chiedere l'archiviazione di Frikri.
«Che si arrangino», risponde il marocchino alla domanda se prova sollievo dopo la svolta del caso Yara. «Massimo Bossetti? Personalmente non lo conosco, mai visto in vita mia, non so proprio chi sia. Ho visto la sua foto in televisione», continua.
«Sono venuto in questura a Treviso per chiedere il rinnovo del permesso di soggiorno. Quella storia mi ha enormemente danneggiato. Ho perso il lavoro e non ho più trovato gente disponibile ad assumermi. Per questo motivo sono qui anche per cercare di avere un prolungamento del mio soggiorno in Italia. Attualmente vivo a Piacenza. Ma ormai il mio volto è noto dappertutto. Anche in Marocco. Lì una televisione pochi giorni fa ha detto che hanno arrestato l’assassino e mi hanno scarcerato. È difficile per me rifarmi una nuova vita dopo una vicenda simile. Certo, chiederò il risarcimento dei danni allo Stato italiano per ingiusta detenzione. È il minimo che possa fare, dopo le sofferenze provate ed i danni subiti. Spero soltanto di trovare un lavoro».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso








