Tra gli operai fuori dei cancelli dell’Electrolux, là dove il futuro si ferma
Operai con mutui e prestiti, marito e moglie assunti insieme, c’è chi non ha dormito per tutta la notte al pensiero dei prossimi esuberi: «Volevamo crescere qui dentro: ora non vediamo più una direzione»
La grandine è arrivata lunedì pomeriggio, improvvisa, violenta. Chicchi grossi sopra i tetti della zona industriale, il cielo nero, l’acqua a battere sull’asfalto davanti ai cancelli della Electrolux di Susegana. Poi, il giorno dopo, nuvole basse e squarci di sereno. Come se anche il cielo, davanti alla fabbrica, oscillasse tra paura e speranza.
La notizia dei 1.700 esuberi annunciati dal gruppo è arrivata così, dentro i telefoni, tra un turno e l’altro, mentre molti erano già rientrati a casa. Davanti ai cancelli della fabbrica, mercoledì mattina, non ci sono urla. C’è piuttosto uno smarrimento diffuso, un silenzio pesante. La sensazione di essere finiti dentro qualcosa di enorme, che fino a poche ore prima sembrava lontanissimo. «Un fulmine a ciel sereno», ripetono in tanti.
Sandro ha 31 anni di fabbrica alle spalle. Arrivò dalla Sardegna nel 1995, aveva 22 anni. Due anni dopo entrò anche la moglie, Carla. Da allora la loro vita ruota attorno alla Electrolux. Lui è operaio, delegato sindacale, carrellista e conduttore. Lei lavora in linea di montaggio. «Abbiamo un figlio di 21 anni che per fortuna lavora ma abbiamo il mutuo, la cessione del quinto, un altro prestito. La vita è questa. Per comprarti casa devi fare mutui, poi arrivano gli imprevisti e fai altri prestiti. Questa proprio non ci voleva». La sera prima, a casa, lui e la moglie hanno parlato quasi solo di quello. «Nel 2014 avevamo già vissuto un momento difficile, ma una cosa così non ce l’aspettavamo».
Accanto a lui ci sono altri lavoratori. C’è chi è salito dal Sud per costruirsi un futuro stabile nel Nord industriale. C’è chi ha appena deciso di realizzare il sogno della casa. C’è chi pensava finalmente di aver trovato un posto sicuro dove restare. Massimo, per esempio, la casa l’ha appena sistemata. Convive, sogna una famiglia. «L’idea c’è, magari tra sei mesi, un anno». Poi abbassa lo sguardo: «Questa notizia ti lascia senza parole».
Stefano, sessant’anni appena compiuti, prova a ragionare con lucidità. «Io forse sono relativamente vicino alla pensione» racconta, «ma qui dentro negli ultimi anni hanno assunto tanti giovani. E allora pensi a tutte le prospettive di vita che rischiano di fermarsi all’improvviso».
Davanti ai cancelli si parla continuamente di famiglie. Più che di esuberi. «Bisognerebbe smetterla di usare quella parola» dice Michele, arrivato dalla Puglia, «perché qui si parla di famiglie». Lui è venuto al Nord per lavorare, per costruirsi un’esperienza diversa. «Qui ho trovato un ambiente combattivo, un tessuto produttivo forte. Ma una situazione così spegne tanti sogni».
Tra i delegati sindacali c’è anche una giovane donna originaria del Marocco, Nadia. Lavora qui da quattro anni, ha un bambino piccolo e un fratello assunto da poco nello stabilimento. «Sinceramente ci aspettavamo un futuro diverso» racconta, «Ti spiazza sapere che da un giorno all’altro non c’è più niente di sicuro. Avevo tanti progetti, io e mio fratello volevamo crescere qui dentro». Parla lentamente, mentre attorno passano altri lavoratori. «E poi il costo della vita è diventato pesante. Con uno stipendio fisso riesci a costruire qualcosa. Fuori non è facile trovare un altro posto così, un contratto fisso e una paga che se lavori tanto può arrivare anche a 1.800 euro».
Poco distante c’è Paola. Quasi quarant’anni in azienda, impiegata nell’area ricerca e sviluppo. «Di crisi ne abbiamo viste tante» dice, «ma questa volta la situazione sembra molto più allarmante. La mia è stata una notte di grandi preoccupazioni». Anche lei pensa soprattutto ai più giovani. «Con la nuova fabbrica 4.0 erano entrati tanti ragazzi. Gente che aveva acceso mutui, costruito progetti di vita. Nei loro occhi vedo tanta paura».
Lorenzo, operaio, ha sei anni di fabbrica e un mutuo appena acceso. Racconta una notte quasi insonne. «Sono andato a dormire alle due e mezza e alle quattro ero già sveglio. Continuavo a pensare al futuro». Per lui il problema non è solo perdere il lavoro. È perdere la possibilità di immaginarsi domani. «Fino a ieri pensavo alle ferie tra cinque mesi. Adesso anche quello sembra un miraggio». E mentre parla indica i cancelli dello stabilimento. «Qui dentro ci sono competenze, giovani formati, persone specializzate. Eppure nessuno oggi si sente davvero al sicuro». In Veneto il lavoro ha sempre avuto un volto, non è mai stato soltanto uno stipendio. È identità, dignità, appartenenza Oggi davanti ai cancelli della Electrolux tutto sembra più grande, più distante, più impersonale. Decisioni prese altrove, numeri, percentuali, esuberi.
Il tempo continua a cambiare rapidamente. Dentro quelle mura, fino a ieri, c’era soprattutto una certezza: il lavoro. Oggi invece c’è una domanda che rimbalza tra le persone come un’eco difficile da spegnere: chi resterà? «Se davvero qui salteranno duecento posti», dice Lorenz, «vuol dire duecento persone che nello stesso momento cercheranno lavoro nello stesso territorio. E fuori non è così semplice». Sopra il cielo di Susegana nuvole scure e improvvisi squarci di luce. Davanti alla fabbrica vite sospese e un po’ di speranza che nessuno, qui, vuole ancora smettere di cercare.
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