Contatti con gli ambienti islamici radicali Ex operaio albanese espulso dal prefetto

In passato era stato condannato per stalking e minacce alla moglie “troppo occidentale”: «In nome di Allah ti ammazzerò»



«In nome di Allah ti lascerò invalida», «in nome di Dio ti ammazzerò». La deriva radicale dell’operaio albanese Florian Saraci, 32 anni di Villorba, espulso l’altro ieri dall’Italia, era iniziata due anni fa, quando aveva incominciato a visitare avamposti d’integralisti islamici nella provincia di Venezia, frequentati in particolare da fondamentalisti dei Paesi Balcanici. Da allora, aveva cambiato in poco tempo i rapporti con la moglie, costringendola a frequentare la moschea e ad indossare solo abiti da lui ritenuti adeguati alla religione islamica. E, alla riluttanza della donna ad adeguarsi alla radicalizzazione di usi e costumi, aveva appunto iniziato a rispondere con minacce «in nome di Allah». Dalla denuncia della moglie, ne è scaturito un processo per stalking concluso a febbraio con una sentenza di condanna ad un anno, confermata nel novembre scorso in Corte d’Appello a Venezia. Ma gli agenti della Digos di Treviso e Venezia hanno continuato ad investigare e, mercoledì pomeriggio, l’hanno prelevato dalla sua casa di via Piave a Villorba e lo hanno poi imbarcato in un volo, sotto scorta, diretto a Tirana, mettendo in atto l’espulsione decisa dalla Prefettura. Per il momento non emergerebbero legami con ambienti terroristici, ma è stato accertato il suo percorso verso una netta radicalizzazione.

minacce in nome di dio

Sulla decisione di espellerlo dal territorio italiano, hanno avuto il loro peso soprattutto il processo e la condanna ad un anno di reclusione per atti persecutori nei confronti della moglie. La deriva fondamentalista l’aveva indotto a pretendere dalla donna un regime di vita integralista. Non voleva che la donna, parrucchiera, parlasse con altri uomini, che uscisse con le amiche e che portasse la figlia in piscina. La pedinava, la aggrediva in pubblico e soprattutto la minacciava «in nome di Dio». Un giorno la prese a schiaffi in strada dopo aver salutato una collega ed il marito, all’esterno del negozio dove lavorava e l’aveva minacciata: «Se ti trovo con altra gente ti sgozzo», le aveva detto. Dopo che si era separato, continuava a chiederle di mandargli fotografie per provare che era a casa con la figlia piccola. Un regime di vita insostenibile che aveva indotto la moglie a denunciarlo. Nell’agosto del 2018 fu arrestato e nel febbraio scorso, era stato condannato. Dopo la sentenza era riuscito ad ottenere la libertà, con il divieto, però, di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla moglie. La sentenza di primo grado è stata confermata in Appello appena pochi giorni fa.

deriva radicale

La condanna per stalking, nonostante avesse contribuito a costringerlo ad evitare i contatti con la moglie, non l’aveva dissuaso dal frequentare gli ambienti radicali di fondamentalisti dei Paesi Balcanici della provincia di Venezia. Operai o artigiani che come lui pregavano e diffondevano il verbo del radicalismo islamico. Aveva cambiato anche aspetto e abitudini: s’era fatto crescere una folta barba, girava in tunica e due settimane fa aveva abbandonato il lavoro.

l’espulsione

In virtù di questo suo percorso di radicalizzazione, oltre che per la condanna per stalking, il questore Vito Montaruli gli ha revocato il permesso di soggiorno dopo che la Prefettura ne aveva disposto l’espulsione. Due pattuglie della Digos in borghese, mercoledì pomeriggio, sono andate a prelevarlo dalla sua abitazione di via Piave a Villorba. Gli hanno notificato il decreto di espulsione, ratificato dal giudice di pace, e lo hanno poi imbarcato, sotto scorta, in un volo diretto a Tirana dall’aeroporto di Roma. È terminata così l’avventura in Italia di Florian Saraci. Il suo legale, l’avvocato Simone Marian, si è limitato a dire: «L’espulsione di Saraci è un fulmine a ciel sereno anche perché non mi risulta avesse più avvicinato la moglie che, anzi, aveva parzialmente risarcito dopo la condanna. Valuterò un’eventuale impugnazione solo dopo aver letto le carte».

i precedenti

Sono diversi i precedenti a Treviso e provincia di persone espulse per radicalizzazione. Nel gennaio del 2016, l’operaio macedone di San Zenone Redjep Ljimani fu espulso dopo che il figlio a scuola disse: «Andiamo a Roma ad ammazzare il Papa, viva l’Isis». Nell’aprile 2017 fu la volta di Idriz Haziraj, il cameriere kosovaro che lavorava al bar "Aeroporto” di Quinto per i suoi contatti con una cellula che progettava attentati a Venezia. Nel gennaio 2018 toccò ai cugini macedone Fikret Daliposki di Susegana e Berzat Daliposki di Conegliano, sospettati di tenere contatti con imam islamici salafiti che cercavano proseliti da reclutare tra i foreign fighters. Infine, nel luglio scorso Omar Faruk, imam bengalese, era stato allontanato da Pieve di Soligo con la misura del divieto di dimora, dopo un’indagine per i suoi metodi violenti nei confronti degli alunni della scuola coranica. —



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