Chiusa la ferrata della tragedia Sicurezza, il Cai contro i sindaci

Ieri è toccato alla figlia ventiduenne il compito di riconoscere la salma di Vianello, morto sul Pasubio Un’ordinanza ha interdetto la “Falcipieri”, alpinisti all’attacco: «Manutenzione o vietare i sentieri»
Di Matteo Marcon

MOGLIANO. È toccato alla giovane figlia, di soli 22 anni, il triste compito di riconoscere la salma. È stata la solita dolorosa formalità rituale quella che si è svolta ieri mattina in obitorio. Ad uccidere Massimo Vianello, escursionista mestrino di 58 anni, è stata invece una tragica ed inaspettata fatalità. La data dei suoi funerali non è ancora stata fissata. Quello che è rimasto ben impresso nella memoria dei suoi compagni è il tragico episodio avvenuto domenica mattina sulla ferrata Falcipieri verso il monte Pasubio, nel Vicentino. Vianello, autista Actv e socio del gruppo Amici della Montagna di Mogliano, si è trovato nel posto sbagliato nel momento sbagliato, su di lui, che aveva appena iniziato a risalire la scala a pioli si è abbattuto un grande masso di circa un metro cubo.

«Chi ha vissuto in diretta è rimasto scioccato» racconta Giancarlo Tronchin, presidente del Gruppo Amici della Montagna di Mogliano «subire qualcosa di così forte e imprevedibile lascia sempre un segno. Conosco il posto, ci ero già stato. Non è una ferrata particolarmente impegnativa, un po' lunga ma non presenta particolari passaggi. È stato un avvenimento inaspettato».

Chi gli stava vicino ha fatto in tempo a schivare i massi più piccoli. Il macigno non ha lasciato scampo a Massimo Vianello, ha squartato il suo caschetto, lasciandolo esanime appeso alla ferrata. «Chi era sulla scaletta» racconta Tronchin «ha sentito la montagna muoversi, è stata una grossa frana naturale da metà parete, non è stata causata dal passaggio di nessuno». I fatti sono avvenuti attorno alle 11 di domenica mattina. La madre, ultraottantenne, residente al Lido di Venezia, è stata raggiunta dalla tragica notizia solo alle 21. Massimo Vianello viveva da solo a Mestre. Ieri per tutti i suoi familiari è stata una giornata di lutto, si attende ora la data dei funerali. C'è la speranza che la sua vita non sia stata sacrificata invano e che l'area venga attentamente monitorata per il futuro.

Dopo la tragedia, per ora, arriva l’ordinanza. Infatti il sindaco di Posina Andrea Cecchellero ha disposto ieri mattina il divieto di transito sulla ferrata “Falcipieri”. Il più spettacolare sentiero alpinistico del Pasubio rimarrà quindi interdetto «fino al completamento delle verifiche e della messa in sicurezza». In altre parole, non si sa quando riaprirà.

Per un amministratore, in effetti, chiudere un sentiero è un atto facile e a volte doveroso, che solleva il Comune da responsabilità anche di tipo penale in caso di incidente. Revocare tali ordinanze è invece una scelta onerosa sia dal punto di vista economico che da quello giuridico. Per quanto riguarda la “Falcipieri”, che comincia a Bocchetta Campiglia, in territorio di Posina, è stato il Cai di Schio a segnalare a Cecchellero il permanere di una situazione pericolosa. Nel punto dove si è staccata la frana costata la vita a Massimo Vianello, il Soccorso alpino ha segnalato infatti la presenza di altre pietre pronte a precipitare da un momento all’altro. Per ora i volontari le hanno fermate con ancoragi d’emergenza, ma la situazione resta molto precaria. «Vista la situazione, era doverosa una segnalazione all’autorità competente, cioè al sindaco» spiega Giovanni Fontana, presidente del Club alpino scledense. La “Falcipieri”, per inciso, non è gestita dal Cai come la molti altri sentieri, ma dalla Sav (Società alpinisti vicentini), cui spetta anche l’ordinaria manutenzione. «L’ordinanza è necessaria» continua Fontana «ma senza un successivo ripristino, rischia di diventare permanente». Si rischia infatti di cadere in un circolo vizioso. «Noi sindaci siamo penalmente responsabili dei sentieri» sottolinea Cecchellero «se ricevo una segnalazione di pericolo ho l’obbligo morale e legale di garantire la pubblica sicurezza. A partire da un’ordinanza. Ma se poi la revoco senza la certezza che il rischio è passato, mi rendo responsabile di futuri incidenti. In Italia la giustizia non ammette disgrazie: si tende sempre a trovare un responsabile». «Tutti parlano di montagna come risorsa, ma i sindaci non investono nella fondamentale manutenzione» commenta Fontana «se non vogliono metterci i soldi, vietino l’accesso a tutti i sentieri. Perché spendere in ponti tibetani e interventi artistici invece di garantire la sicurezza?».

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