Cave, stangata da 5,7 milioni a Biasuzzi

Una multa milionaria per sanzionare un’illecita attività di scavo all’interno del sito “Trevignano 2”, nell’omonimo paese a nord di Treviso. Ben 5,7 milioni di euro di sanzione amministrativa chiesti dalla Provincia ad uno dei colossi dell’attività estrattiva nella Marca: la Biasuzzi Cave. L’accusa è una violazione alla legge regionale sull’attività di scavo, e il conto della penale è stato fatto in base alla normativa che punisce “chiunque coltivi una cava senza autorizzazione o concessione” moltiplicando di sei volte il calcolo dei possibili guadagni commerciali del sito.
Tutto parte dall’ ampliamento dell’attività di scavo fatta dalla ditta all’interno del sito originario, un anfiteatro di ghiaia e sabbia sfruttato continuativamente per anni fino a raggiungere il limite dello scavabile. Proprio per fare fronte a questo problema la ditta, prima del 2010, chiese alla Regione la possibilità di “lavorare” un’area adiacente la cava,rendendo produttivo un nuovo cuneo di terra. La richieste ottiene il via libera, e la ditta inizia a ampliare lo scavo rendendo produttivo il terreno prima inutilizzato. Escavatori e betoniere si muovono per anni, fino a quando non arriva un nuovo accertamento. La cava finisce immediatamente sotto la lente: secondo la Provincia la ditta ha superato ampiamente la cubatura di estrazione prevista proprio sfruttando il cuneo di scavo. Invia tutte le carte alla Regione che con un’ordinanza impone alla Biasuzzi l’immediata interruzione dei lavori «su tutto il perimetro». Allegato all’ordinanza c’è il verbale della commissione tecnica provinciale che rileva «l’illecito amministrativo» sanzionandolo per la bellezza di 5.738.708 euro. «È una multa pesante» sottolinea il presidente della provincia Muraro, «ma non poteva essere altrimenti. Questo dice la legge e questo dicono i nostri rilievi tecnici».
Di fatto, secondo Regione e Provincia, Biasuzzi avrebbe scavato in assenza di autorizzazione avendo in mano solo il via libera della Regione all’ampliamento del perimetro della cava, non quello per l’aumento della cubatura di scavo possibile.
Biasuzzi, nemmeno a dirlo, ha immediatamente mosso gli avvocati scatenando una battaglia legale contro la Provincia e contro la Regione con due diversi ricorsi: uno al Tar del Veneto, l’altro davanti al tribunale di Treviso. L’obiettivo è triplice: ottenere l’annullamento della maxi sanzione che rischia di mettere in crisi tutto il colosso della ghiaia trevigiano; il permesso a proseguire l’attività di scavo ottenendo lo sblocco della cava di Trevigiano imposto dalla Regione a fine estate; il «risarcimento del danno» causato dai due enti all’impresa.
Lo scontro si annuncia pesante e fatto a colpi di carte gegrafiche, rilievi, documenti ufficiali. L’ennesimo contenziono riguardate l’attività di scavo nella Marca Trevigiano che vede come protagonisti imprese private e l’ente di Sant’Artemio cui spetta il compito di vigilare sul rispetto della normativa ambientale. Più di una volta infatti, è stata proprio la leva ambientale a mettere sotto accusa l’attività dei cavatori. È stato il caso della cava di Volpago del Montello, finita sotto la lente d’ingrandimento della procura per un presunto giro di scarichi di materiale inquinato (procedimento in corso) o delle bonifiche della cava di Vedelago affidate alla ditta Ceotto e non realizzate. Una mancanza che ha fatto scattare a richiesta di una fidejussione milionaria: 1.283.939 euro che la società garante, nemmeno a dirlo, non intende pagare. E poi ci sono stati i rilievi per lo scandalo dei veleni nell’asfalto che ha coinvolto gli impianti della Mestrinaro di Zero Branco. La lista, negli anni, è lunga.
Federico de Wolanski
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