Vivere con un genitore malato: «Scendevo le scale con mia madre in braccio, lei pesava sempre meno»

La testimonianza di un figlio che si è rivolto ad Advar, Assistente domiciliare volontaria Alberto Rizzotti, attiva a Treviso: «Essendo figlio unico, mi sono trovato ad affrontare un periodo molto difficile. La presenza di Advar mi ha aiutato nella gestione quotidiana, ma soprattutto mi ha fatto sentire meno solo»

Mattia Toffoletto
Una manifestazione di Advar in centro a Treviso
Una manifestazione di Advar in centro a Treviso

Una mano tesa in un momento di massima sofferenza. La luce che può farsi largo nel buio più grande. «Non era soltanto assistenza: era la consapevolezza di non essere solo», racconta un figlio che si è rivolto ad Advar (Assistente domiciliare volontaria Alberto Rizzotti) durante la malattia dei propri genitori. L’organizzazione opera a Treviso offrendo cure palliative e supporto gratuito ai malati terminali e alle loro famiglie, anche con l’hospice Casa dei Gelsi a Santa Bona.

Il sostegno

«La presenza di Advar è stata un aiuto enorme, sapere di poter contare su certe persone fa la differenza», la testimonianza toccante del familiare, che ha perso nello stesso anno entrambi i genitori. Le parole sgorgano dal cuore. Nella prova più dura della vita, gli operatori di Advar hanno dato un senso all’ultimo percorso di vita dei due genitori.

«Nello stesso anno Advar ha assistito prima mio padre e poi mia madre», prosegue la testimonianza, «essendo figlio unico, mi sono trovato ad affrontare un periodo molto difficile, carico di responsabilità. La presenza di Advar è stata fondamentale: mi ha aiutato nella gestione quotidiana, ma soprattutto mi ha fatto sentire meno solo».

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Un percorso difficilissimo che il familiare ricostruisce con straordinaria lucidità, ringraziando chi ha accompagnato i suoi genitori nell’ultimo tratto di esistenza. «Negli ultimi tempi mia madre era molto fragile», ricorda il figlio, tornando con la mente al periodo dell’assistenza domiciliare, «cercavo di non farle trascorrere l’intera giornata a letto e la portavo al piano di sotto, soprattutto quando sapevo che sarebbe arrivata l’équipe domiciliare Advar, per offrirle un po’ di normalità. Nicolò, uno degli infermieri, entrava ormai in casa con naturalezza. Spesso lasciavo la porta aperta e lui arrivava come una persona di famiglia. Quando mi vedeva scendere le scale con mia madre in braccio, scherzava sul fatto che pesasse poco e che io continuassi comunque a lamentarmi del mal di schiena. Erano momenti semplici, ma riuscivano ad alleggerire la giornata».

La nuova quotidianità

La mente ripercorre quei momenti, ogni dettaglio di giorni maledettamente tristi cui il supporto Advar è riuscito a dare un’altra direzione. «Anche mia madre rideva e, in quei sorrisi condivisi, ritrovavamo per un attimo un po’ di serenità», riflette il familiare, «con il passare del tempo, il bisogno di assistenza aumentò. Le difficoltà arrivavano spesso nei momenti meno prevedibili: la sera, durante il fine settimana, quando tutto sembra più complicato. Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è stata sapere che dall’altra parte c’era sempre qualcuno. Per ogni necessità avevamo un riferimento e la certezza di poter contare su una risposta. Chi era reperibile restava al telefono con me, mi ascoltava, mi guidava e, quando necessario, raggiungeva la casa in tempi rapidi. Altre volte, appena possibile, passava semplicemente per verificare che tutto fosse rientrato. Questa presenza è stata un aiuto enorme. Non era solo assistenza: era la consapevolezza di non essere solo».

Momenti durissimi, ma nelle avversità un figlio ha trovato un sostegno forte cui aggrapparsi. «Perdere entrambi i genitori nello stesso anno lascia un segno profondo», il pensiero del familiare, «ripensando oggi a quel periodo, ciò che ricordo con maggiore gratitudine è una presenza fatta di professionalità, attenzione, sorrisi, telefonate e vicinanza autentica. Per chi affronta momenti così delicati, sapere di poter contare su persone come loro fa davvero la differenza». Storie che si intrecciano, abbracciando lo stesso capitolo di sofferenza.

L’hospice

Un altro figlio ha parole dolcissime per gli operatori che hanno seguito la madre alla Casa dei Gelsi: «Non avrò mai abbastanza parole per ringraziarvi per averci permesso di vivere appieno. L’attenzione, la cura e la delicatezza che avete sempre riservato alla mia mamma, l’hanno fatta sentire di nuovo una persona», racconta.

Quando tutto è buio, quando cala la notte, c’è chi può regalare bagliori di luce. «Non sono in grado di spiegarvi quanto fosse contenta, ogni giorno da quando abbiamo varcato quella porta», prosegue il familiare, «a volte le capitava di piangere di gioia, dicendo che era troppo felice: niente più di questo riempie il cuore. Le avete permesso di ricominciare a vivere. Le avete permesso di essere di nuovo lei e non una paziente».

Delicatezza e tenerezza sono i sostantivi più usati: «Ogni persona alla Casa dei Gelsi l’ha fatta sentire quella che era con una delicatezza, tenerezza e cura che è difficile da far capire. Il giorno in cui siamo arrivate c’era un brutto temporale, ma la mamma diceva sempre di essere stata colpita dal sorriso di un’operatrice: “Non so se fosse più grande il mio sorriso o il suo quando mi ha fatta entrare nella mia stanza, le copriva tutta la faccia”».

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