Carburante alle stelle, spedire vino costa 300 euro in più: cantine trevigiane fermano le consegne
L’aumento del gasolio fa lievitare i costi dei trasporti fino a 300 euro a spedizione verso il Sud Italia. Alcune cantine trevigiane sospendono temporaneamente l’invio delle bottiglie

Trecento euro in più rispetto a una settimana fa. È il valore medio dell’aumento di una spedizione di merci verso il Sud Italia che si trovano a pagare le ditte trevigiane. Tra queste, le cantine vitivinicole che allora, conti alla mano, decidono di bloccare le spedizioni.
Sta succedendo in questi giorni sulle colline dell’Unesco. Dapprima un caso isolato, ma via via sempre più realtà hanno scelto di mettere in stand by per qualche giorno l’invio delle bottiglie.
L’effetto della guerra sul vino
La speranza è che il prezzo del gasolio cali e gli aumenti diventino meno impattanti. Intanto, però, il vino rimane in cantina. Gli effetti del costo del carburante incide su quello delle spedizioni su gomma e cominciano a vedersi sul territorio Trevigiano. A decidere di sospendere le spedizioni sono soprattutto le realtà medio piccole.
Le multinazionali accettano gli aumenti pur di non fermare la linea di produzione e, di conseguenza, tutta la filiera. «Un cliente mi ha bloccato la spedizione. Il camion doveva andare nel Lazio, ma dopo il preventivo il produttore ha fermato la spedizione.
Avrebbe dovuto pagare la consegna 300 euro in più rispetto a quello che aveva pagato la settimana scorsa. Mi ha chiesto di partire ugualmente, ma io gli ho risposto che non posso rimetterci 300 euro. Così siamo fermi entrambi», racconta un trasportatore della zona. Chiaramente preoccupato.
Il fenomeno e le corse
«Rispetto a due giorni fa i prezzi sono ulteriormente aumentati», spiega il fenomeno Paolo Marcon, presidente comunità Trasporti Confartigianato Imprese Marca Trevigiana, «non sapendo cosa succederà nei prossimi giorni e a quanto arriveranno gli aumenti, non si riesce ad aggiornare listini e quindi si potrebbe arrivare ad una seconda fase: fermare il servizio, nel senso che se il cliente non ti riconosce il prezzo giusto in automatico il servizio non si fa».
Questo è un fenomeno che subisce chi, nei contratti, non ha inserito una clausola di adeguamento al costo del carburante o se ce l’ha è di lunga durata, cioè tutti i trasportatori che nell’immediato non sono riusciti a ritoccare i prezzi adeguandoli alle nuove tariffe e quindi si trovano a lavorare in perdita o con margine di guadagno risicatissimo. Ad essere esenti da questa dinamica i corrieri Amazon o Dhl, per esempio, che di default hanno attiva la clausola sul carburante e quindi l’aumento va automaticamente in capo al cliente.
«L’adeguamento gasolio non è tanto impattante dove il valore del trasporto è piccolo. Se il servizio costa 30 euro, con l’adeguamento gasolio, probabilmente arriverà a 31,50 euro. Però se si tratta di trasporti che costano 700 euro, oggi paga 800 euro, è lì nasce il problema: il cliente non lo accetta». Marcon sottolinea che in questo momento a rimetterci sono appunto i trasportatori, perché piuttosto di perdere il lavoro accettano di lavorare sotto costo.
Le scelte
«Le scelte sono due: o si trova l’accordo tra la catena di trasportatori e i committenti oppure la merce sta ferma. Per esperienza so che questo non può accadere», chiude Marcon.«Noi lavoriamo con i padroncini, loro ci chiederanno un aumento dei loro compensi», racconta Valter De Bortoli, patron della DB Group, «è chiaro che ci dovrà essere adeguamento, ma credo che posticipare l’invio delle merci non sia la soluzione anche perché ad oggi le navi con il gas e il gasolio sono ferme nello stretto di Hormuz».
«Alcuni clienti applicano gli aumenti altri no. Il settore è in difficoltà per le mancanze di autisti e perché abbiamo i camion bloccati perché non arriva il materiale o non ci sono i ritiri», aggiunge Rossella Rossi presidente della Nuovi Trasporti.
«Stiamo facendo una campagna di informazione sui clienti e, dove non c’è, inseriamo una clausola mensile sull’aumento del carburante. Gli aumenti sono diversi da Paese a Paese e non possiamo rimetterci noi. Le multinazionali continuano a muoversi, chi dice aspetta un attimo sono le piccole realtà», conclude Matteo Codognotto di Codognotto Group.—
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