Andrea De Carlo: «Ritorno a Treviso ricordando Fellini»

Lo scrittore che nel 1981 vinse il Premio Comisso presenta a l'ultimo romanzo "Villa Metaphora"
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Per Andrea De Carlo Treviso è un ritorno di quelli importanti. Ci venne nel 1981, per ritirare il Premio Comisso assegnato a “Treno di panna”, il suo primo romanzo. «È un ricordo molto particolare, perché madrina era Giulietta Masina e in quell’occasione che conobbi Federico Fellini». Se di Fellini divenne l’assistente, di premi De Carlo non ne ha più voluto sapere. Le gare fra scrittori non fanno per lui, che in oltre trent’anni ha collezionato 16 amatissimi dal pubblico. Il diciassettesimo, “Villa Metaphora”, lo presenterà lunedì 4 febbraio alle 21 nella ex chiesa di San Gregorio. Un lavoro poderoso, ambizioso, provocatorio, che arriva al traguardo dei 60 anni. Dice che scriverlo è stato sì un grande impegno, ma si è anche divertito. «Ciò che conta è affrontare ogni volta una sfida diversa, evitando di scrivere all’infinito lo stesso libro. La formula vincente spingerebbe a questo, ma interesse e passione mi arrivano solo da qualche cosa di nuovo». Ha cambiato tutte le regole del gioco, rispetto al passato. Ne sono uscite oltre novecento pagine: una sfida non solo sua, ma anche per il lettore, sempre più rinchiuso in un mondo che ormai comunica in 140 caratteri. «Leggere è un impegno e con questo libro», spiega De Carlo, «chiedo al lettore resistenza. Le librerie sono piene di libri fatti per un pubblico che pensa di non aver tempo per leggere. Certo, un romanzo non deve essere necessariamente lungo, ma da lettore confesso che certi libri vorrei non finissero mai». Villa Metaphora è una scommessa a cominciare dal titolo. Un resort in una piccola isola del Mediterraneo, rappresentazione in scala ridotta del nostro mondo, al cui interno De Carlo fa vivere una schiera di personaggi che rappresentano l’umanità più varia. «Ho pensato: questo libro è una metafora, tanto vale dichiararla già nel titolo. Alza la posta. Carica il romanzo di un’elettricità più intensa». È un affresco crudo ma dai toni leggeri di come siamo diventati. «In ogni personaggio», confessa lo scrittore milanese, «ho trovato una parte di me, anche quelle sfaccettature negative che fatico ad ammettere mi appartengano. Ho fotografato il mondo reale, il cui modello di sviluppo finora è stato la crescita costante e non l’equilibrio. Pensavo che la crisi ci avesse reso consapevoli che non possiamo più continuare a credere in una crescita illimitata, ma non è così». Sul futuro De Carlo è pessimista: «Pochi hanno consapevolezza che i modelli andrebbero rivisti, perché niente tornerà come prima. Dobbiamo fare piazza pulita per non rischiare una vera Apocalisse». “Villa Metaphora” potrebbe diventare un filmo o una riduzione teatrale. Un libro che, se all’esordio con “Treno di panna” non ci fosse stato Italo Calvino ad appoggiarlo, probabilmente non sarebbe mai stato scritto. «Senza Calvino? Non lo so, forse avrei rinunciato a scrivere. Penso che quell’incontro fosse scritto nel destino».

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