A Treviso si inaugura Ca’ Scarpa, nuovo spazio espositivo per la città

La resurrezione di Santa Maria Nova e venti anni di recuperi firmati Benetton. La firma di Tobia sul restauro all’ex Intendenza di Finanza

TREVISO. Sono trascorsi due anni dalla riapertura di quello che a Treviso era stato il carcere asburgico, trasformato dopo lungo restauro in una stupefacente galleria per le arti contemporanee. Uno spazio di reclusione divenuto detonatore di libertà espressive.

Qualche mese prima era toccato alla secolare chiesa di San Teonisto con i suoi teleri del XVII secolo: luogo di culto prima sconsacrato dalle leggi Napoleoniche, poi offeso dai bombardamenti, infine abbandonato alle ingiurie del tempo, tornato a vivere come sala da concerti e conferenze. Per i Palazzi Bomben e Caortorta, oggi sedi della Fondazione Benetton Studi e Ricerche, occorre tornare al 2003, anno di conclusione di una ristrutturazione lunga e difficile.


Oggi è la chiesa di Santa Maria Nova ad essere restituita alla città. È da quasi 20 anni che la committenza Benetton disegna una geografia di recuperi attenti e di pregiatissimo disegno nel centro storico di Treviso. Una sequenza di spazi rigenerati secondo precise cifre stilistiche, attraverso le quali Tobia Scarpa ha saputo restituire all’uso collettivo luoghi di vita ma anche della mente.

Laddove la struttura urbana richiederebbe ripensamento e nuova progettualità – la città che si svuota dei suoi residenti e delle sue attività non aiuta – soccorre l’idea della committenza di lasciare un segno rivivificando edifici feriti dall’abbandono e dalla dimenticanza, per aprirli alla cultura.

La chiesa di Santa Maria Nova è la prima porzione del vasto compendio dell’ex Intendenza di Finanza, compreso tra via Canova, via Riccati e Borgo Cavour, ad essere stata completata a conclusione del progetto di ristrutturazione curato dall’architetto Scarpa. Come tutti i precedenti restauri anche quest’ultimo si muove sul filo del lungo e prolifico sodalizio con Luciano Benetton che già aveva originato, per esempio molti anni fa, la straordinaria architettura “sospesa” della fabbrica di Castrette.

Lo spazio della Cinquecentesca Santa Maria Nova ritorna come Ca’ Scarpa, «sede espositiva e centro vitale di attività» la descrive il vicepresidente della Fondazione Benetton, Luigi Latini. «Non un museo, ma un luogo aperto che possiede come riferimento primo il lascito culturale di queste due figure».

Appunto, Tobia e suo padre Carlo Scarpa che ha lasciato a Treviso (da 31 anni gli è intitolato il premio per il Giardino della Fondazione Benetton) e nella Marca tracce imprescindibili del suo itinerario artistico e progettuale. Si pensi solo alla Tomba Brion a San Vito di Altivole, capolavoro nel cui giardino riposano le sue spoglie. Acquisita da Edizioni Property nel 2018, con il complesso dell’ex convento adibito dal secondo dopoguerra a sede per uffici pubblici, la chiesa di Santa Maria Nova - Ca’ Scarpa apre le porte con l’inaugurazione della mostra dedicata al luogo scelto quest’anno dalla Fondazione Benetton per il conferimento del Premio Scarpa per il Giardino: le valli della Cappadocia. —

Ferro e cemento in volo tra le colonne: così l’antico dialoga con il moderno

Come già con la chiesa di San Teonisto, anche nell’affrontare Santa Maria Nova l’architetto Tobia Scarpa ha dovuto confrontarsi con uno spazio plurisecolare, originariamente adibito a luogo di culto, poi sconsacrato al principio del XIX secolo dalle leggi Napoleoniche – destino condiviso con numerose chiese e conventi nell’area urbana – e infine, nel secolo scorso, adibito ai più svariati usi.

L’edificio Cinquecentesco, destinato a partire dagli anni Ottanta del Novecento a deposito di documenti dell’Intendenza di Finanza che aveva trovato sede nell’area conventuale, non reca più traccia da tempo dei capolavori pittorici che la adornavano: da Paris Bordone a Jacopo Bassano e altri. Restano a testimoniarne l’origine due possenti colonne di candida pietra.

Di complesso riutilizzo, data la conformazione propria di luogo di culto, lo spazio era stato riorganizzato con l’installazione di una impalcatura metallica indipendente dalla muratura, su tre piani, adibita a deposito di documenti. È con questa invadente presenza sovrastrutturale che si è misurato Tobia Scarpa. La reinvenzione architettonica della ex chiesa si è basata sulla conservazione della struttura in ferro quale segno di un passaggio storico che andava salvaguardato. Eppure all’interno dello spazio, come possiamo goderne oggi, nulla è più come prima.

Di grande impatto il nastro della nuova scala in ferro e cemento, dello spessore limite di 8 centimetri, che sembra librarsi, leggera, fino alla sommità dell’impalcatura dove sorge una sala da 50 posti adeguata, dal punto di vista tecnologico, per ospitare proiezioni e videoconferenze.

Il reticolo metallico, geometrico e razionale della struttura multipiano, abbraccia le imponenti colonne centrali, quasi totem moderno che poggia il suo peso sui giganteschi piedi del passato. Il progettista ha scelto di chiudere i varchi sui solai, riconquistando pienamente la fruibilità dei piani che risultano aperti e flessibili, adatti alla funzione espositiva alla quale è adibita Ca’ Scarpa.

Le scelte di apertura e, in alcuni casi, chiusura come si evince dalla scheda tecnica del progetto, dei varchi presenti al momento dell’intervento, hanno liberato lo spazio percorribile da ogni lato. La nuova geografia interna così definita, che ci viene restituita fedelmente negli splendidi fotogrammi di Marco Zanta, regala un’illusione di infinito che riscatta in senso laico quanto Santa Maria Nova aveva perduto, nel corso della storia, sul piano religioso.

La poetica che trapela da ogni lavoro di Scarpa, si esprime nell’invenzione di dettagli funzionali che assumono alta valenza estetica. A San Teonisto il più evidente è il sistema delle sedute a scomparsa; nelle Prigioni i varchi aperti lungo il percorso che nascondono entro colonne metalliche il sistema di climatizzazione.

A Santa Maria Nova l’abside che racchiude nel suo volume percorribile dai visitatori, impianti, servizi, igienici e ascensore. E quella scala che sembra senza peso. Una vasta parte del progetto ha riguardato l’impianto illuminotecnico, lo studio attento delle fonti luminose e della qualità della luce, elementi essenziali per garantire la fruizione dell’area espositiva e dello riscoperto soffitto ligneo.

Lampade a conchiglia si affiancano a suggestive barre luminose che coprono di riflessi un’intera parete combinandosi con dettagli in foglia d’oro. Le prime immagini a vivere di nuova luce saranno quelle degli insediamenti i rurali della Cappadocia oggetto, quest’anno, del Premio Scarpa: singolari architetture rupestri che paiono modellate, nella notte dei tempi, dalle mani di un gigante in vena di giocare.

«Volevo fosse la casa di Carlo e di “so fio”»

«Che si chiami Ca’ Scarpa perché non vuole essere dedicata solo a mio padre ma anche a me, mi lusinga ma mi lascia anche un po’ perplesso: questo è uno di quegli onori che di solito spettano a chi non è più tra noi». Tobia Scarpa, che di riconoscimenti ne ha ricevuti moltissimi per la sua celebrata carriera di designer e architetto, aveva anche pensato a una diversa intitolazione.

«Mi sarebbe piaciuto si chiamasse “Ca’ Scarpa de Carlo e de so fio”, anche per l’assonanza con la parola soffio che avrebbe contenuto. Ma forse era troppo scherzoso e localistico, per un progetto che nasce in seno ad uno più ampio, che vuole avere un respiro internazionale».

Perché l’ex chiesa di Santa Maria Nova è il primo degli edifici restaurati nel gigantesco (circa 11mila metri quadri) complesso che ospitava gli uffici dell’Intendenza di Finanza.

«Come ho sempre fatto, ho voluto valorizzare le tracce dei tanti passaggi storici dell’edificio, una chiesa svuotata di ogni simbolo religioso e sconsacrata due secoli fa, da allora sempre adibita a spazio di appoggio secondo i diversi utilizzi degli edifici adiacenti. Fin dalla prima visita all’immobile, che ho compiuto con Luciano Benetton, abbiamo convenuto di non trasformare l’imponente struttura metallica realizzata per accogliere il precedente archivio, ma che intorno ad essa avrebbero preso vita spazi stimolanti, misteriosi, dotati di moderne soluzioni costruttive e di tecnologia d’avanguardia, ma dalla tangibile anima antica».

È un concetto ricorrente, questo, nel lungo impegno di Tobia Scarpa nel restauro, come dimostrano anche le vicine Gallerie delle Prigioni. Una scelta stilistica e non solo: «Quando mi impegno in un restauro, penso sempre che abbiamo bisogno di salvarci dal disordine, ma ancor più che abbiamo bisogno dei nostri padri. Per questo cerco sempre di affrontarlo mettendomi nei panni dell’architetto che ha disegnato l’edificio originale e cerco le migliori soluzioni per salvaguardarne le idee e le intenzioni».

Nell’elaborare le soluzioni progettuali, però, il pensiero è andato anche al contenuto, oltre che al contenitore: «Treviso è la città in cui ha sede il Premio Carlo Scarpa ed anche il Centro che ne valorizza l’opera. Credo che il sistema di allestimento flessibile e mutevole di Ca’ Scarpa potrebbe diventare sede ma anche strumento per indagare su quanto architetti ma anche artisti, musicisti e intellettuali d’area veneta hanno prodotto nella modernità».

E il complesso di via Canova?

«È una struttura enorme e richiede grandi progetti strutturali, ma anche economici. È il momento di pensare a come rendere Ca’ Scarpa funzionale ed efficiente: ci vorrà del tempo, ma le possibilità sono enormi. Soprattutto se saranno sostenute dai desideri, dalle visioni e dalle esperienze dei trevigiani. Perché è solo dalla curiosità e dal desiderio di farsi coinvolgere di tutti noi che dipenderà la vivacità del luogo, della città, del futuro». (Marina Grasso)

Una storia plurisecolare cominciata nel 1390 con le monache cistercens

Era il 1390 quando le monache cistercensi di Santa Maria decisero di abbandonare la loro “domus” nei pressi di Porta Santi Quaranta, sorta nel 1229 da una precedente esperienza nell’ambito dell’ospedale nato nel Duecento in Borgo Cavour, e avviarono la costruzione della chiesa e del monastero di Santa Maria “Nova”. Nel corso del Quattrocento il convento subì varie trasformazioni e nella seconda metà del Cinquecento fu ampliato con la costruzione di due chiostri sulle rive del canale Roggia e della chiesa probabilmente progettata da Pietro Gandino (fratello del più noto Marcantonio). Nel 1806, durante la dominazione napoleonica, la comunità delle monache benedettine di Santa Maria Nova fu incorporata a quelle di Santa Cristina e San Parisio di Treviso, e il loro monastero fu soppresso. Chiesa e convento, secolarizzati, furono trasformati prima in ospedale militare e poi, dal 1920 al 1943, nella sede del 55° Reggimento Fanteria “Brigata Marche” e di un piccolo museo militare. Nel secondo dopoguerra, il complesso fu adattato a sede dell’Intendenza di Finanza e negli anni Ottanta, la chiesa fu svuotata delle sovrastrutture otto-novecentesche e recuperata nel suo apparato murario originario. —
 

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