L’Inps chiede 21 mila euro a un defunto

Lettera dell’istituto a un commerciante marenese morto quasi un anno fa: non lavorava più nel negozio dal 2007
Di Renza Zanin

VAZZOLA. Lettera dell’Inps a un commerciante defunto: tra contributi, sanzioni e interessi l’istituto di previdenza sociale gli chiededi pagare una cifra superiore ai 21 mila euro per non essere stato iscritto alla gestione degli esercenti attività commerciali e non aver versato la relativa contribuzione dal 2009 al 2014. Lui, però, non solo è morto da quasi un anno ma aveva inviato una richiesta di cancellazione da quella gestione già nel 2007, con tanto di ricevuta di ritorno e atto notorio in cui dichiarava che dal 31 dicembre del 2006 non era più partecipe della attività di Vazzola, rimasta in altre mani. L’Inps, invece, lo ha iscritto alla gestione degli esercenti anche per l’anno in corso.

A sollevare il caso è il commercialista Sergio Capra, titolare dell’omonimo studio di Mareno, alle prese ora con il ricorso dei famigliari. Secondo il commercialista marenese, ci si sarebbe dovuti accorgere che «il soggetto ha più di 80 anni, che si è cancellato 7 anni prima ed ora anche defunto». Qualcosa nell’incrocio dei dati sembrerebbe, insomma, non aver funzionato. Non solo l’Inps ha scritto, a fine marzo, una lettera a un uomo deceduto quasi un anno prima ma ha anche avanzato, nei suoi confronti, una richiesta di iscrizione alla gestione degli esercenti attività commerciali anche per il 2014, nonostante questi avesse annunciato di non partecipare a quella società già dal 31 dicembre del 2006. Il defunto, classe 1930, fino a quella data aveva versato oltre 60 anni di contributi ed era già in pensione da più di 15.

Nel 2006 egli decise di chiudere la propria posizione previdenziale ma ora a tre anni di distanza si presenta per lui, o meglio per i suoi eredi, un conto consto salato. L’Inps, nell’ambito dell’operazione denominata “PoseidOne”, ne richiede la reiscrizione a partire dal primo gennaio del 2009. Tra contributi, sanzioni e interessi dovrebbe pagare una cifra superiore ai 21.000 euro.

«Giuridicamente credo che per “smontare” un atto notorio o autocertificazione ci debba essere un riscontro sul “campo” e non un semplice incrocio di dati», afferma il professionista Sergio Capra, «Anche perché se ci fosse una dichiarazione mendace c’è la responsabilità penale e questa non è stata contestata». Ora ai famigliari non rimane che presentare ricorso. Nei mesi scorsi un altro caso di verifiche aveva fatto discutere: dopo 10 anni l’Inps aveva chiesto arretrati di 24 centesimi a una pensionata di 91 anni invalida al 100% per un errore di conteggio risalente al 2003. E contemporaneamente le aveva decurtato 100 € al mese dalla pensione sostenendo che non avrebbe avuto diritto alla maggiorazione sociale di 122 euro concessale dopo la morte del marito.

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