«Io, che ho potuto ripartire dopo il primo fallimento»
Conosce con esattezza cosa può passare per la mente di un imprenditore che decide di farla finita. Lui l’ha pensato dopo il fallimento della sua azienda, la perdita prematura di un figlio, il rischio di finire strangolato dall’usura, il mondo che ti si sgretola addosso quando il tribunale dispone il pignoramento della casa di famiglia. Ma ha trovato la forza di ricominciare, con una nuova piccola impresa intestata alla moglie: oggi naviga a vista, ma non si è arreso.
Lui è un artigiano cinquantenne della provincia di Treviso: «Noi artigiani la forza dobbiamo trovarla in noi stessi, non solo confidare nell’intervento di associazioni e istituzioni: se si cade, bisogna trovare il coraggio di rialzarsi». Nei tempi d’oro la sua azienda, focalizzata nella realizzazione di componenti elettronici, contava 70 dipendenti, una capannone di 2 mila metri quadri, un fatturato mensile di diverse centinaia di migliaia di euro. Poi il crollo delle commesse, i clienti che iniziano a preferire fornitori cinesi. «Non sapevo da che parte girarmi, in sei mesi ho fatto fuori la mia liquidità. I lavoratori attendevano ancora due mensilità: una quindicina di loro, sostenuti dai sindacati, ha presentato istanza di fallimento, accolta». Il fallimento è stato dichiarato dal Tribunale nel 2009, un anno dopo l’uomo riesce ad avviare una nuova attività intestata alla moglie, con una decina di lavoratori, in aprile perde tragicamente il figlio. «Non mi sono perso d'animo. Il funerale è stato celebrato lunedì, martedì ero in azienda: questa è la forza degli artigiani, un atteggiamento che però non intravvedo nelle associazioni e istituzioni. L'ho fatto anche per mio figlio: non voglio che da lassù pensi di avere un padre fallito. Io ne sono uscito da solo, ma è arrivato il momento che chi di dovere inizi a considerare che la capacità di resistenza di chi lavora può finire».
Per l’avvio della nuova attività ha potuto contare sull’aiuto di qualche amico e sui finanziamenti delle banche. «Sono contrario alla demonizzazione degli istituti di credito: ho avuto aiuti da parte di tre banche che conoscevano la mia storia: hanno creduto in me anche se con qualche riserva. Ci sono banche e banche: importante oggi credo sia lavorare sul loro legame con il territorio».
Oggi l’uomo conduce la sua nuova attività, ma sta ancora pagando gli strascichi del fallimento: gli è stata pignorata la casa, a breve verrà messa all’asta. «Il Tribunale ha rigettato ogni mia proposta: con il fallimento tutti i miei soldi sono andati ad avvocati e periti, mentre i fornitori sono ancora a bocca asciutta: è il sistema che non va. Ho subito delusioni, vessazioni, persone che prima ti stavano attorno, ora ridono di te. Facile comprendere lo stato d’animo di chi arriva a certi gesti».
Sugli interventi da mettere in atto l’imprenditore ha pochi dubbi: «Le istituzioni dovrebbero aiutare le persone come me, che hanno avuto il coraggio, sulle macerie di un fallimento, di alzare la testa, creare posti di lavoro. Bisogna distinguere tra i fallimenti buoni e cattivi. Il sindacato deve smetterla di ritenere l'imprenditore un ladro: è invece una ricchezza per se stesso e i lavoratori. Voglio dire: se sono in ritardo con i pagamenti ci sarà un motivo. Le associazioni devono smetterla di fare del business per se stesse. Ci sono associazioni e associazioni, non voglio fare di tutta l’erba un fascio». E per i suoi colleghi in difficoltà aggiunge: «Siamo noi artigiani quelli forti, non la politica. Smettiamo di affidarci solo alle istituzioni, torniamo alle persone».
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