Fare impresa con i profughi nasce l’azienda agricola sociale

Impiegare i profughi che abbiano già ottenuto lo status di rifugiato e anche quelli che vogliano costruirsi un’esperienza lavorativa nel settore agroalimentare in una azienda con finalità sociali che lavori nel biologico e nella coltivazione specializzata.
Il progetto è nato dal neo-costituito Laboratorio Cooperazione che riunisce associazioni trevigiane di volontariato e di promozione sociale impegnate nella cooperazione allo sviluppo e su basa sull’esperienza maturata in questi mesi anche da piccoli laboratori sociali nella Marca. È il caso della cooperativa Topinanbur di Monigo che già impegna profughi provenienti dai centri di accoglienza del trevigiano e altri ragazzi nella coltivazione di un appezzamento di terra nel quartiere San Paolo. Ma anche degli Orti Solidali gestiti dall’associazione Verde Utopia a Montebelluna e dall’esperienza di integrazione e formazione fatta nel settore lattiero-caseario dalla Latteria Perenzin, che ha istruito e impiegato alcuni richiedenti asilo ospitati dalla Caritas nella produzione di formaggi.
Il piano è stato svelato ieri mattina durante il convegno “Nuove prospettive di comunità” ospitato a Palazzo dei Trecento. «Si tratta di un esperimento da costruire» hanno spiegato i responsabili, ma che gode già del benestare di istituzioni e associazioni di settore che ieri hanno preso parte alla tavola rotonda cui ha partecipato anche Cesare Vaciago, direttore generale del Padiglione Italia in Expò Milano 2015. Da costruire c’è la rete d’impresa, il finanziamento per avviare i lavori, non la terra che in parte è già stata reperita.
A disposizione dell’azienda sociale ci sono già due ettari di terreno a Ponzano, donati da un volontario, ma si pensa anche di allargare il progetto utilizzando l’ampio spazio verde all’interno del B&b “Le Magnolie” di Zerman, lì dove in questi giorni si è fatta furente la polemica per l’installazione di una tendopoli chiamata ad ospitare il grande sovraccarico di richiedenti asilo inviati negli ultimi giorni in provincia.
«È un progetto che nasce dalla necessità di dare una prospettiva di lavoro ai profughi che hanno ottenuto lo status di rifugiato ma anche ad altri che vogliano imparare un mestiere, magari utile anche un domani nella loro terra natale» spiega Gianni Rasera di I-Care, una delle associazioni che partecipano al Laboratorio, «un piccolo segnale che si può fare qualcosa per creare impresa sfruttando le risorse e le competenze locali». Si pensa a dare lavoro ai migranti ma anche a tanti altri giovani sfruttando il mercato “corto” di specifiche colture, e puntando anche sul “bio” intercettando così un mercato in evoluzione. «Le possibilità ci sono» segue Rasera, «così la Marca e il suo sistema di accoglienza possono solo migliorare».
Federico de Wolanski
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