Salvagente per Ca’ Spineda Così nasce il «conto d’oro»

La lunghissima trattativa con la casa madre per risanare il rosso di 200 milioni Passivo blindato 30 anni, interessi abbattuti fino al 2020: ossigeno per le casse
PASSERINI TREVISO CONFERENZA STAMPA ULSS9 DI BORGO CAVALLI SU ''PECULATO ALL'ULSS9 LA DIREZIONE GENERALE PROCEDE CON L'AZIONE CIVILE'' CASO BOLZAN, IN FOTO LUIGI GAROFALO AGENZIA FOTOGRAFICA FOTOFILM
PASSERINI TREVISO CONFERENZA STAMPA ULSS9 DI BORGO CAVALLI SU ''PECULATO ALL'ULSS9 LA DIREZIONE GENERALE PROCEDE CON L'AZIONE CIVILE'' CASO BOLZAN, IN FOTO LUIGI GAROFALO AGENZIA FOTOGRAFICA FOTOFILM

L’avvocato Garofalo? Impossibile raggiungerlo, ieri.

M come nascono gli 800 mila euro? Tecnicamente, sono 700 mila euro di onorario e 100 mila euro di spese. E l’importo? Il professionista, che è anche docente universitario, aveva ricevuto nel corso del 2013 l’incarico di trattare con Unicredit la ristrutturazione del debito. In un contesto delicatissimo per Fondazione: il passivo storico di Ca’ Spineda continuava a salire, l’assenza di significativi dividendi da parte di Unicredit pesava sulla casse sempre più esangui, la stessa politica dei tagli sembrava inadeguata a far fronte alla crisi finanziaria. E questo nonostante l’eliminazione dei prodotti finanziari a rischio, la bonifica dei bilanci condotta dall’allora consulente Mirco Crespan.

Ci sono voluti due anni mezzo, per giungere all’accordo definitivo. Garofalo aveva avuto carta bianca per discutere con i vertici di Unicredit, a Milano, e di sponda con il ministero a Roma.

Accordo ratificato a fine 2015 dal consiglio di indirizzo, che l’aveva accolto molto positivamente. E per diverse ragioni. La prima: l’abbattimento di interessi annui e spese correlate con un beneficio oscillante tra l’1,5 milioni e i 2, per 5 anni. Diciamo quasi 10 milioni in meno di spese. Due: la blindatura per 30 anni dello stato passivo. Unicredit aveva di fatto concesso una dilazione significativa per rientrare del debito: non scatteranno nel frattempo richieste di ripianamento immediato dell’esposizione finanziaria con la casa madre.

Terzo: la valorizzazione e l’incentivo alle politiche di dismissione del patrimonio di Fondazione, allo scopo di contribuire ad accelerare l’abbattimento del debito.

Garofalo aveva agito in sinergia con gli organismi interni di Fondazione, in particolare con la commissione finanze.

Insomma, una partita da 200 milioni di euro; beneficio diretto da 10 milioni; lavoro prolungato nel tempo. E un salvagente autentico per Fondazione, ossigeno nell’apnea di cassa più dura. Di qui la parcella, che non scandalizza gli avvocati - De Poli in primis, ieri – ma certamente Antonini e altri consiglieri del cdi.

Ora ci penseranno i pontieri, perché la parcella includa altri incarichi – Fondazione si è affidata a Garofalo per le vertenze più delicate, vedi la causa con la Camera di Commercio per il mancato trasferimento all’Appiani – con un accordo ad hoc. Strada che piace a chi ieri non si è pronunciato.

Ma c’è chi fa notare che lo stallo sulla parcella, e i malumori del consiglio di indirizzo, in realtà le spie di nuovi fermenti attorno agli assetti di Ca’ Spineda. Alla fine del mandato di De Poli mancano due anni e mezzo, il timoniere di Fondazione è sempre blindato, più forte di ogni proposito di blitz. Certo, il consiglio ha «scandito» un’altra agenda di fronte alla crisi, e questo ha fatto sì che l’organo assumesse nel suo complesso - con tanto di «sociogramma» – una forza che in passato non aveva.

Ma sarebbero gli ambienti esterni - politica in primis – ad aver messo nuovamente gli occhi su Ca’ Spineda. Dice molto la volontà di Manildo di dire la sua sul risiko dei contenitori del centro: ha difeso strenuamente la presenza di Ca’ Foscari in riva al Sile, e infatti passerà all’Appiani solo il nuovo polo del Bo’. E saranno estranei i nuovi assetti leghisti in città e in provincia? E nessuno dimentica la storica guerra di Zaia a De Poli... (a.p.)

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