Soldi spariti ma manca il dolo, assolto
Era finito alla sbarra con l’accusa di appropriazione indebita: secondo la Procura assicurava i clienti ma i soldi in realtà lì teneva per sè. O quantomeno non li avrebbe mai versati nel conto corrente dell’agenzia per cui lavorava. Una contestazione che gli è valsa un processo per appropriazione indebita da cui ieri è stato assolto perchè il fatto non costituisce reato. Le somme si sono di fatto “volatilizzate”, su questo non c’è dubbio. Ma le prove portate in aula dall’accusa non hanno confermato il dolo (la volontà cioè di provocare danno ad altri appositamente), condizione necessaria per il reato di appropriazione indebita.
Era stata proprio l’agenzia per cui lavorava ad accorgersi del presunto trucchetto e a sporgere la denuncia: Patrizio Cabianca, subagente assicurativo per la Dodi Assicurazioni di via Manin era finito a processo per appropriazione indebita. L’accusa, contenuta nel capo di imputazione era di aver sottratto poco più di 21 mila euro. L'agenzia per la quale lavorava si è costituita parte civile nel processo penale tornato ieri in aula. I contratti di assicurazione delle auto venivano regolarmente stipulati e registrati, ma secondo l’accusa, i soldi non arrivavano nelle casse dell’agenzia. Quando la stessa agenzia di via Manin aveva chiesto spiegazioni, Cabianca aveva parlato di un furto: «Mi hanno rubato i soldi, li avevo lasciati in macchina». Nè la Procura nè l’agenzia aveva creduto a questa versione dei fatti: l’assicuratore era stato immediatamente rimosso dal proprio incarico. Dopo la chiusura delle indagini, l’uomo era stato rinviato a giudizio per appropriazione indebita (non per truffa perché di fatto i clienti erano stati effettivamente assicurati). «Per politica aziendale, visto che i clienti non avevano alcuna colpa, i contratti di assicurazione sono validi, e la copertura garantita», aveva spiegato la titolare dell’agenzia trevigiana di via Manin che aveva dovuto quindi rimetterci di tasca propria le somme divenute oramai irrintracciabili. La donna si è costituita parte civile, assistita dall’avvocato Marco Rebecca, e con lei anche Renato Gislimberti, presidente del consiglio di amministrazione della bellunese Valpiave Assicuratrice, società mandante (gruppo Itas).Una lunga lista di testi, quasi una trentina di persone, sono stati chiamati a testimoniare in aula. Secondo il capo di imputazione Patrizio Cabianca si sarebbe intascato 21.443 euro più gli spiccioli. Ieri, dopo oltre due anni di processo, la vicenda si è chiusa con un’assoluzione. «Assolto perchè il fatto non costituisce reato», ha dichiarato il giudice monocratico del tribunale di Treviso. In pratica non c’è certezza del dolo, condizione necessaria per poter contestare il reato di appropriazione indebita. Al massimo il fatto può rappresentare un illecito civile ma saranno le parti offese a decidere se voler proseguire per questa strada. Cabianca è rimasto in contumace per tutto il procedimento. «Pacifico che quelle somme siano scomparse. Ora attenderemo la sentenza, per capirne le motivazioni e valutare quindi un eventuale appello», ha detto l’avvocato Rebecca.
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