È morto Bernini, il «doge» della Dc veneta
L'ex presidente della Regione ed ex ministro si è spento a Castelfranco. Aveva 74 anni
E' morto all'ospedale di Castelfranco, alle cinque del mattino del giorno di Capodanno, l'ex ministro ed ex presidente della Regione Carlo Bernini, 74 anni. Dallo scorso luglio si trovava praticamente in stato di coma a seguito di un infarto seguito a un piccolo intervento cardiaco. Nelle settimane scorse, dalla terapia intensiva era stato riceverato in lungodegenza e poi nella casa di riposo di Castelfranco. Nella sera di San Silvestro, l'improvviso peggioramento e il nuovo ricovero in ospedale, dove il suo cuore ha cessato di battere.
di Daniele Ferrazza «C'è un bocia che ragiona come un grande, te lo devo presentare». Quando Antonio Marta raccontò a Toni Bisaglia di quel giovane studente universitario, poco più che ventenne, che aveva scoperto un giorno mettendogli colla e manifesti in mano a Crocetta del Montello, Bisaglia stava per diventare parlamentare. Ma non si dimenticò del suggerimento dell'amico trevigiano tanto che, una volta conosciutolo personalmente, lo segnalò direttamente a Bruno Marton che nel 1960, ad appena 24 anni, lo nominò assessore provinciale. La carriera di Carlo Bernini - presidente della Provincia a 35 anni, presidente della Regione a 44 - si fermò solo allo scoppio del ciclone di tangentopoli, nella primavera del 1992. Di intelligenza politica non comune, convincente, linguaggio fluente e di buoni studi - diploma al Liceo Canova e prima laurea a Ca' Foscari - Carlo Bernini era nato il 6 maggio 1936 a Bondeno, in provincia di Ferrara, ma da piccolo la sua famiglia si era trasferita a Crocetta del Montello dove il padre faceva il caporeparto al Canapificio Veneto. Dal piccolo paese trevigiano era riuscito a scalare la politica nazionale, tappa dopo tappa, dispiegando le sue vele con abilità a seconda del vento prevalente. Protagonista della politica trevigiana e veneta per almeno trent'anni, Bernini era considerato l'erede naturale di Antonio Bisaglia, il potente capo della Democrazia cristiana veneta, ma in realtà non fece a tempo a raccoglierne appieno il testimone. Troppo repentina e violenta fu infatti la caduta, con tangentopoli, che lo travolse giusto all'apice del potere. Presidente della Provincia a Treviso tra il 1971 e il 1980, presidente del Veneto - oggi si direbbe governatore - tra il 1980 e il 1989, Bernini fu chiamato da Giulio Andreotti a fare il ministro dei Trasporti ai primi di luglio del 1989, pochi mesi prima del crollo del muro di Berlino. Un salto nazionale a lungo costruito e più volte annunciato, che gli consentì di diventare il primo ministro non parlamentare della storia repubblicana ed essere considerato il vero padrone della Dc veneta. Andreotti lo confermò ai Trasporti anche nel governo successivo. Ma la sua stagione durò pochissimo, fino al 1992 quando Bernini aggrappò appena in tempo il seggio da senatore prima dell'inesorabile caduta della Dc. Il ciclone tangentopoli stava per abbattersi anche a Venezia sul patto Dc/Psi - ai dorotei il Veneto di terraferma, ai socialisti la laguna - che il coraggioso magistrato Ivano Nelson Salvarani stava per scoperchiare. Condannato in primo grado a tre anni e sette mesi per corruzione legata ai lavori di costruzione della bretella per l'aeroporto di Venezia, al processo d'Appello Bernini preferì usare lo strumento del patteggiamento (1 anno e 4 mesi di pena). Si giustificò: «Ho scelto questa strada perchè non potevamo andare avanti all'infinito. E poi perchè per la verità nella sentenza mi hanno dato la soddisfazione, che del resto non mi avevano negato neanche in primo grado, di riconoscere che io non ho mai chiesto una lira a nessuno e non ho mai preso una lira da nessuno. Visto i tempi della giustizia italiana, ho preferito chiudere così anche per dedicarmi ad altre cose». Non lo perdonò, tuttavia, il giornalista Giorgio Lago che a fronte del suo interrogatorio davanti ai magistrati buttò giù un editoriale intitolato «Il senatore Mai». Come Alice nel paese delle meraviglie, scrissero nella sentenza di primo grado i giudici veneziani. Su tangentopoli, anche molti anni dopo, non ammise responsabilità e la sua analisi fu quella della "manina" dei poteri forti: «Mi sono fatto una ragione politica delle cose - raccontò -: io non credo mica, tanto per intenderci, che siamo stati di fronte ad una vicenda giudiziaria, non lo credo affatto. E' stata una vicenda politica. C'è stato un cambio di interessi nei gruppi forti: mica per caso, hanno influito dei fatti internazionali». La sua carriera fu costellata anche di grandi intuizioni: cresciuto nella corrente di Base si spostò presto diventando punto di riferimento prima nel Trevigiano, poi in tutto il Veneto, di pezzi sempre maggiori della Dc. Quando il segretario nazionale Antonio Gava diede vita al Grande centro, lui presto ne diventò il riferimento in Veneto. A fargli la guerra rimase, a Treviso, una sparuta pattuglia di fanfaniani. Federalista ante-litteram, non riuscì mai a liberarsi dal giogo centralista del suo partito, evidentemente sordo ai cambiamenti sociali e politici che stavano per capitare. Nel 1978 diede vita alla Comunità Alpe Adria che riuniva ogni anno le dieci regioni - dalla Baviera alla Slovenia - che confinavano con Venezia. Ma nonostante l'amicizia con il leader bavarese Strauss, Bernini non riuscì a conquistarlo alla Venezia/Monaco, che infatti rimase nel libro dei sogni. Erano, quelli dell'Alpe Adria, vertici che non riuscirono mai ad andare oltre la filosofia, anche perchè forse richiedevano tempi più lunghi della longevità dei loro leader. Sergio Saviane lo sbertucciò per tutta la vita, chiamandolo da giovane «il Regino Cornaro» per il vezzo di diventare nel 1980 cittadino di Asolo (paese al quale regalò una pioggia di 15 miliardi di vecchie lire di fondi europei) e «Ministro traversina» quando andò a Roma ad occuparsi di trasporti. Poi, la stagione di tangentopoli, qualche acciacco di troppo per un uomo della sua età, l'oblio: «Di momenti brutti ce ne sono stati molti - confidò in una intervista nel 1999 - Una buona parte dell'accompagnamento della stampa non mi è stato molto gradevole. Mi è molto dispiaciuta la ricaduta sulla mia famiglia. Poi c'è la parte positiva: impari a selezionare bene i veri amici, vedi gli opportunisti, i trasformisti, distingui i cortigiani». Gli ultimi anni, ritiratosi dalla politica - i suoi passaggi al Cdu, poi all'Udc, poi alla Nuova Dc e infine al Pdl non sono all'altezza della sua storia - era tornato ad occuparsi, lui docente di Economia dei trasporti, ex consigliere di amministrazione di Alitalia, ex presidente di una piccola compagnia aerea negli anni Settanta, di trasporto aereo. Ma la presidenza di MyAir, compagnia low cost con base a Torri di Quartesolo, diventà l'ultima sua rovinosa avventura: una serie di fallimenti, un crac da 100 milioni e un'inchiesta dello stesso magistrato, Salvarani, che lo indagò ai tempi di tangentopoli.
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