Zin: «Eravamo un’unica grande famiglia E io, il capitano, facevo da chioccia»

Il capitano della Liberti ripercorre gli anni d’oro della squadra, fino a quando, 40 anni fa, la “piccola” Treviso superò i giganti della Magniflex 

TREVISO. 10 giugno 1979, ore 23, minuto più, minuto meno: sono passati quarant’anni, ma questa data e questo orario sono scolpiti in maniera indelebile nella mente di tantissimi tifosi trevigiani. Sì, perché in quella magica serata di fine primavera al Natatorio di Treviso c’erano ben più di mille persone per l’ultima partita della stagione, quella gara-3 che avrebbe sancito la promozione in serie A-2 per una delle due contendenti: da una parte i padroni di casa della Liberti Treviso, dall’altra la quotata e blasonata Magniflex Livorno. Sfide d’altri tempi, in un basket più genuino, umano e pulito, dove i giocatori, terminata la riunione tecnica in vicolo Barberia, si mischiavano con i tifosi e bevevano assieme a loro lo spritz. Per ripercorrere questa fantastica avventura abbiamo fatto riaprire il cassetto dei ricordi ad Adriano Zin, il “capitano dei capitani”.

Zin, ne è passato di tempo...

«Arrivai a Treviso nella stagione 1977/1978. Avevo solo 27 anni, ma per la pallacanestro di allora ero addirittura già considerato “vecchio”. Avevo diverse proposte, però quella di Treviso fu più convincente. Allora i giocatori non erano professionisti, e assieme al contratto di giocatore mi offrirono anche un posto in banca. Accettai. Il primo anno ci salvammo agevolmente, poi assieme a me rimasero, Bocchi, Mauro e Pin Dal Pos. In panchina ci guidava il “Proffe” Mario De Sisti. Dal Friuli arrivarono tre giovani di talento: Ermano, Pressacco e Riva, più il pivot Dolfi. La formula del campionato era a gironi, inizialmente eravamo inseriti in un gruppo di otto squadre (ne sarebbero passate cinque), poi saremmo finiti in un girone da dieci formazioni. Solamente vincendolo avremmo affrontato la prima dell’altro raggruppamento per giocarci la promozione».

L’inizio non fu dei migliori.

«Infatti. Fummo sconfitti in casa da Bergamo di un punto. E il pubblico scarseggiava, al Natatorio venivano circa 200 persone, soprattutto amici e parenti. Il nostro sponsor era la Faram, ma dopo pochissime giornate di campionato il patron Baccilieri ci comunicò che non avrebbe più fatto da sponsor. Rischiavamo di non riuscire a proseguire la stagione, ma Baccilieri regalò la società all’avvocato Grelli che si mise alla ricerca di nuovi sponsor. Grelli fece un lavoro enorme, e fu aiutato da Giancarlo Nicoletti, che trovò un’azienda produttrice di biancheria e costumi da bagno – la Liberti – che decise di entrare con una piccola sponsorizzazione. Il campionato poteva proseguire».

Che tipo era il “patron”?

«Baccilieri era una persona molto generosa: basti pensare che per fare le riunioni tecniche ci invitava a cena al ristorante “Le Beccherie” in centro a Treviso. Il presidente Bordignon era un personaggio schietto e sincero. Non era un grande intenditore di basket, almeno all’inizio. Pensi che alla prima partita da presidente venne al palazzetto e al primo canestro gridò: “Gooooool!”. Poi naturalmente seguendo le partite ha imparato a conoscere il gioco. Il suo ingresso diede tranquillità all’ambiente e la certezza di poter proseguire. In campo cominciarono ad arrivare i successi e approdammo alla seconda fase».

Una poule tosta, dove aveste la meglio sugli avversari con ben 14 vittorie e solo 4 sconfitte.

«E pensare che tre di queste maturarono nel girone di andata. La seconda fase era più difficile, le trasferte più lunghe e gli ambienti più caldi. Ci togliemmo delle grandi soddisfazioni: ad esempio vincemmo a Bergamo contro Lovable, che era una diretta concorrente della Liberti nel mercato della biancheria. Questo certamente aumentò l’interesse nei confronti della squadra e Liberti ebbe un’impennata importante di fatturato, che quell’anno quadruplicò: per noi fu una manna dal cielo perché Bordignon decise di garantirci un incremento della sponsorizzazione. Erano momenti in cui di soldi ne giravano pochi: l’avvocato Grelli fu anche colpito da un infarto, tanta era la tensione accumulata nella gestione della società. In campo, la nostra rivale principale era certamente la Magniflex Livorno, che avevamo già affrontato nei gironi: all’andata vinsero loro 88-71, al ritorno noi per 83-77. Era solo l’antipasto della sfida finale».

Loro erano blasonati, voi la “piccola” Treviso. Una sfida da far tremare le gambe.

«Già, eravamo davvero poco considerati da parte della Federazione, che infatti ci fece uno scherzetto. Avevamo il vantaggio del fattore campo, ma invertirono il calendario e fecero giocare la prima partita a Livorno. Vinsero loro di 1 punto e ci trovammo spalle al muro, costretti a vincere entrambe le sfide rimanenti per salire in serie A. Loro invece avrebbero avuto due match point».

Pareggiaste rimontando da -15 in gara-2: segnale che potevate farcela.

«Eravamo ormai lanciatissimi e quella sera di giugno il Natatorio era strapieno, c’erano ben oltre mille persone, basta guardare le foto dell’epoca. Erano arrivate persone da tutta la provincia, con pullman organizzati ad hoc. Volevamo dare una gioia al nostro pubblico e non lasciammo scampo agli avversari. Prendemmo subito un vantaggio importante che riuscimmo a mantenere per tutto il match. Ricordo che anche quando eravamo sopra di 15-20 punti continuavo ad incitare i ragazzi, gridando loro di non perdere la concentrazione fino all’ultima sirena. Vincemmo per 73-55. Sì, fu un trionfo, anche se in parte non riuscimmo a godercelo perché gli ospiti fecero una denuncia per una presunta aggressione ad un loro tifoso, un certo “Twiggy”. Qualche settimana dopo la cosa si risolse con un nulla di fatto. Dopo la vittoria festeggiammo in centro a Treviso, prima allo storico ristorante “Due Mori”, poi alla discoteca “La Loggia”. La folla era impazzita di gioia, è un’emozione che mi resterà sempre nella mente».

Quale fu il segreto del vostro successo?

«Sembrerà banale, ma eravamo come una famiglia e tra compagni non c’è mai stato uno screzio. Mario De Sisti era un coach severissimo, che non esitava a rimproverare aspramente i ragazzi, e più di una volta ho dovuto fermare qualcuno che aveva propositi omicidi nei suoi confronti. Io ero il capitano, la chioccia, li invitavo a cena da me e li convincevo che agiva così per farli migliorare. Ci manca tanto, il Proffe, scomparso due anni fa. Ci divertivamo a giocare a carte, oppure a calcetto col gruppo dei tre friulani che erano tutti tifosi del Milan».

L’aneddoto che si porta nel cuore?

«Dicevo, eravamo una famiglia, e anche l’autista del pullman per le trasferte, Rotigni, era uno di noi. Una volta eravamo in viaggio e stavamo organizzando una partita a scopone, ma ci mancava il quarto. Arrivò Rotigni e ci chiese se poteva unirsi a noi. Eravamo felici per aver trovato l’ultimo giocatore, ma dopo qualche secondo calò il gelo: chi stava guidando il pullman? Il buon Ezio Riva, che aveva fatto un cambio volante con Rotigni». —

Ubaldo Saini

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