"Signori, vi presento mio figlio"

Ci sono i rodei nel vigneto e le ginocchia sbucciate. C'è la prospettiva di un padre ex ciclista e direttore sportivo. Ci sono i tentativi di dissuadere il pargolo. Ma alla fine c’è Simone che conquista l'Olimpo.C'è tutto questo nel racconto di Tranquillo Andreetta, pro' dal 1979 al 1983, gregario di Francesco Moser (Sanson), Visentini (San Giacomo) e Chioccioli (Chinol). Ingredienti che permettono di tracciare un ritratto del figlio Simone, atteso domenica al debutto fra i professionisti al Costa degli Etruschi. A 21 anni, in maglia Bardiani, il talento di San Vendemiano scoprirà il ciclismo che conta.
Papà Andreetta, lo convinse lei a scegliere la due ruote?
«Nooooo. Tutto partì da lui. Provae a fargli cambiare idea, ma niente. Gli ripetevo che bastava il papà, che io avevo già dato per due-tre generazioni. Niente. Aveva passione. Io cercavo di rinviare di anno in anno, ma un bel giorno un amichetto lo convinse a provare con i Giovanissimi a San Fior. Aveva 7 anni: cedetti e lo lasciai fare, per qualche anno praticò anche nuoto e pallavolo. Mamma Maria era contenta: era lontano da distrazioni».
Padre ex pro', il futuro non era forse già tracciato?
«Ma non sempre i figli d'arte riescono a fare strada. Pensate a Ignazio Moser, figlio di Checco. Occorre applicarsi, avere tenacia».
Quali sono i primi ricordi di Simone in bici?
«Da piccolo aveva una mountain bike rossa. Gironzolava, dribblava la vigna, se ne andava per campi. E la rompeva: finiva addosso ai muretti,trovava ferri nell'erba. Cadeva e si sbucciava le ginocchia».
Quando ha capito che il ciclismo poteva diventare un mestiere?
«Aveva qualità fin da bambino, sono stato il suo primo direttore sportivo alla Sanfiorese. Era esordiente e non aspettava mai il finale: cercava la fuga. Ma vincere tanto da esordiente non conta, bisogna avere costanza nei passaggi di categoria. Simone ha fatto tanti sacrifici per arrivare al professionismo: non è da tutti. L'ho visto crescere, migliorarsi sempre. Quando da junior ha ottenuto risultati importanti, vedi il Trittico Veneto, mi sono reso conto che avrebbe potuto raggiungere il babbo. Ma non ho voluto mai interferire, i consigli spettavano ai tecnici».
Simone dice che lei è Tranquillo di nome e di fatto: si è mai emozionato?
«Certo. Vederlo vincere il Belvedere e per due volte la Bassano-Monte Grappa: sono state soddisfazioni. Voglio godermi l'esordio a Donoratico: dietro le transenne con mia moglie e l'altro figlio Davide».
Che cosa augura a Simone? «Fare meglio di me e restare 10 anni fra i pro'. Io vinsi 50 corse da dilettante, ma poi diventai gregario. In salita tiene abbastanza bene, in pianura è migliorato, un corridore completo: se ci crede, può raccogliere qualcosa di buono. Non deve dimenticare i sacrifici».
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