«Quante volte ho pensato agli 80 metri devo arrivare al top ai Mondiali di Doha»

L’impresa di Mauro Fraresso, secondo di tutti i tempi con il suo giavellotto 



Un numero. Che a volte vuol dire tutto. Un numero, per entrare nella schiera dei giavellottisti capaci di sfondare un muro che conta, quello degli 80 metri. Un numero, 81.79, che vale la seconda prestazione all-time italiana e la prima posizione nella fresca lista stagionale mondiale. Un numero, che non deve diventare un’ossessione. Questa è parte della storia di Mauro Fraresso, il fresco campione italiano (quinto titolo consecutivo tra rassegne invernali ed estive) che domenica a Lucca ha indossato ben più di una nuova maglia tricolore. Ora il sogno più vicino si chiama Mondiale (a Doha), quello a gittata un po’ più lunga, invece, Olimpiadi di Tokyo. Ma in realtà il 26enne di Vedelago, in forza alle Fiamme Gialle, non ci vuole pensare: rimanere sul focus è vitale.

Mauro, come si sente dopo la gara di Lucca?

«La gara è andata bene, ho fatto quello che dovevo fare. Ho fatto quello che faccio sempre in allenamento. Era da tempo che inseguivo questi 80 metri, tante volte mi sono visto lanciare nella mia mente il giavellotto oltre gli 80 metri. Queste due cifre le ho avute per così tanto tempo nella testa che non voglio neanche festeggiare. Voglio già pensare al prossimo obiettivo, voglio restare concentrato. Voglio fare meglio quello che sto già facendo».

Cosa è successo prima di questi 81,79 metri?

«Diciamo in generale che dopo l’operazione alla spalla, nel 2015, sono cambiate tante cose in allenamento. La spalla deve essere usata in maniera un po’ diversa rispetto a prima, quindi dal 2017, da quando sono rientrato, abbiamo cambiato diversi aspetti, dalla tecnica alla metodologia».

L’obiettivo 2019 sono i mondiali di Doha?

«Il mio percorso di preparazione è finalizzato a fare bene verso la fine della stagione, quando ci sarà appunto la rassegna mondiale in Qatar. Vedo che sto progredendo in allenamento, che le sensazioni sono buone, che quello che sto facendo sta funzionando. Ripeto, se faccio quello che sto facendo in allenamento, la gara mi va bene».

La prossima tappa di avvicinamento sarà la Coppa Europa di lanci, che si svolgerà sabato 9 e domenica 10 marzo a Samorin, Slovacchia.

«In Slovacchia dovrei arrivare in forma migliore, visto che sono nella fase di scarico. Ma l’approccio alla gara non cambia. Se vado lì pensando di strafare, pensando alle misure, chiaramente non vado da nessuna parte. Andrò lì ricercando quello che ho ricercato, e trovato, a Lucca. Se poi riesco a finalizzare con un altro bel lancio, meglio ancora. Non ha senso fare il passo più lungo della gamba, non ha senso pensare ad andare lontanissimo. Voglio affrontare un obiettivo, una tappa alla volta, allenamento dopo allenamento. Non voglio perdere il focus, che è quello di rimanere concentrato sulle sensazioni e sugli esercizi».

Certo è che ora guarda da vicino il primatista italiano del giavellotto, Carlo Sonego che nel 1999 ha lanciato a 84.60 siglando il record nazionale.

«Non voglio fare lo sbaglio di fissarmi su misure. L’unica cosa che devo fare è concentrarmi sulle sensazioni, sulle percezioni, sull’approccio alla gara. Se mi fisso sui metri, il focus si sposta solo sui metri da fare, e si perde il resto, ovvero la macchina che dovrebbe funzionare alla perfezione. Sinceramente non ci sto pensando, preferiscono fare un piccolo passo alla volta».

Quali sono le sue caratteristiche come atleta?

«Più imparo a conoscere il mio corpo, ad ascoltarlo, più mi accorgo di poter migliorare. Cerco di essere il più completo possibile. Vorrei poter essere migliore di altri in più parti, non magari solo più veloce o più rilassato nel lancio».

Ha dedicato la vittoria oltre che al giovane David Cittarella, atleta delle Fiamme Oro scomparso alcuni giorni fa, al compagno di allenamento Antonio Fent, alla corte di Emanuele Serafin. Quanto importante è avere un gruppo compatto per migliorare?

«Per migliorare bisogna cambiare qualcosa in quello che stai facendo, il cambiamento avviene grazie al confronto con altre persone, che magari hanno idee diverse, fa bene. Avere un gruppo di persone delle quali ti fidi e con il quale confrontarsi non può che aiutarti a crescere».

Di strada ne ha fatta, da quando ha preso in mano per la prima volta il giavellotto.

«Io non ho cercato il giavellotto. Ho iniziato a fare atletica per fare salto in alto. Prima avevo fatto nuoto. Ma visto che inizialmente si provano diverse specialità, nel giavellotto miglioravo più facilmente che nell’alto. Mano a mano che facevo giovanili, iniziato ad apprezzare di più il giavellotto».

E pensare che in famiglia nessuno, a parte suo fratello, fa sport.

«In famiglia siamo in sei, mamma Bruna, papà Adriano, le mie sorelle Elena e Annalisa e mio fratello Umberto, l’unico che fa sport. In realtà l’unico sportivo abbastanza forte che abbiamo avuto in famiglia è stato il fratello di mio nonno, che faceva ciclismo. Ha vinto una gara regionale con una bici da donna che aveva il manubrio da corsa. Corse talmente bene che non lo premiarono neanche perchè pesavano fosse un “professionista” che aveva fatto il giro d’Italia. Questo mio prozio è poi andato a trovare la fidanzata, in bicicletta, in Francia. Molto distante». —



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