Treviso Calcio, i 45 anni del dottor Munarolo: «Un’emozione»

Il 4 ottobre 1981 il dottore iniziava la sua storia nella Marca: «La A è stata incredibile: a San Siro avevo la tachicardia. Il mio cuore è biancoceleste, a prescindere dalla categoria»

Andrea Dossi
Il doc Munarolo (a sinistra) soccorre Francescotti
Il doc Munarolo (a sinistra) soccorre Francescotti

Era il 4 ottobre 1981. A Sant’Angelo Lodigiano, in Serie C1, finì 0-0. Quel giorno un medico di 29 anni entrò per la prima volta in campo per soccorrere Vittorio Cozzella, attaccante e uomo di punta del Treviso. E 45 anni dopo Dino Munarolo, il doc, è ancora lì, a bordo campo, testimone di gran parte della storia biancoceleste.

«Ero al primo anno di specialità in medicina dello sport con Leonardo Vecchiet, il medico storico della nazionale di calcio, mi ha trattato come un figlio» racconta Munarolo. «Facevo il medico di base a Salgareda. Giulio Pini, tifoso del Treviso, era informatore farmaceutico e passava anche nel mio ambulatorio. Sapendo che studiavo medicina dello sport, mi chiese se potessi dare una mano. Mi presero così come medico per le trasferte. Ero il più giovane dello staff guidato dal medico sociale Albis Burelli, anche lui un volto storico biancoceleste».

Nato a San Zenone degli Ezzelini nel 1952, Munarolo si è laureato all’Università di Padova nel 1978. Si è poi specializzato in medicina dello sport e in fisiokinesiterapia. È stato medico sociale e poi responsabile medico dal 1981 al 2011, ed è tornato nel 2019 con la rifondazione del club.

«Nove campionati vinti e qualche fallimento», sintetizza. Ci sono le tre promozioni consecutive, dalla Serie D alla B, con Bepi Pillon in panchina, tanta cadetteria e poi la A nel 2005-2006. «Forse è stata la nostra disgrazia, potevamo essere più lungimiranti. Ma le emozioni sono state enormi, la differenza con la B è abissale. Ricordo Inter-Treviso all’esordio: entrando a San Siro avevo la tachicardia. Ho pensato a mio padre Carlo, interista sfegatato: chissà cosa avrebbe detto. Gli spogliatoi sembravano alberghi. Poi abbiamo subito i tre gol di Adriano: era fortissimo. Tra i momenti più emozionanti c’è la trasferta all’Olimpico contro la Roma nell’ultima giornata, era previsto il rientro di Francesco Totti dopo l’infortunio e lo stadio era pieno. Sono entrato in campo con l’allenatore di allora, Diego Bortoluzzi, e abbiamo guardato la curva: quelle emozioni ci hanno ripagato di tutto l’anno».

Poi è arrivato il periodo più buio, dal 2013 al 2019 con altri due fallimenti, e la ripartenza dalla Promozione: «Il sindaco di Treviso Mario Conte ha richiamato tutti gli storici dirigenti e collaboratori. Il mio cuore è biancoceleste: non è una questione di categoria ma di serietà».

Nella memoria del doc ci sono soprattutto le persone. «Sono legato a tanti allenatori: Francesco Guidolin, Pillon, Gianfranco Bellotto, Marco Giampaolo. E non voglio dimenticare quello di oggi, Edoardo Gorini, con cui c’è un’empatia umana straordinaria».

Poi ci sono i calciatori: Luca Toni, Gigi Beghetto, Fabio Gallo, Marco Borriello, Leonardo Bonucci, «ma anche chi si nomina meno, come Dario Baccin, oggi ds dell’Inter, e Giovanni Bosi, che allena all’Atalanta». Le soddisfazioni, dice, «sono tante e continue: la stima e la fiducia di allenatori, giocatori e dirigenti, con rarissime divergenze».

Ricorda anche i presidenti. Alfonso Mansi fu il primo. Caberlotto morì durante la sua gestione. Renzo Barcè fu importante in B, e Setten che era, nonostante il fallimento del 2009, «una persona a modo». Poi Luigi Sandri e Bepi Lucchese, che hanno rifondato il club con il Consorzio Treviso Siamo Noi. «Quello che viviamo oggi, con il ritorno tra i professionisti, è merito del presidente Alessandro Botter e Orietta Miotto: ci hanno dato tutto per lavorare bene, apprezzando sempre il nostro lavoro. Se sono qui è anche grazie a loro».

Con lui lavora uno staff cresciuto negli anni: dal medico Roberto Carniel ai fisioterapisti guidati da Luigi Zanusso, fino alla nuova nutrizionista Caterina Negro. E c’è un pensiero per i figli Andrea e Giulia: «Conoscono la mia passione e forse li ho trascurati. Ma ci tengono tanto alla mia professione». Il prossimo traguardo? «Spero di arrivare alla decima promozione, poi potrei pensare di lasciare».

 

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