Il laboratorio per far aprire i ragazzi: «Ascoltateci, ci fate stare meglio»

All’istituto Sansovino Obici di Oderzo il progetto con lo scrittore Luca Drusian: studenti raccontano emozioni e fragilità. «Sentirsi ascoltati cambia tutto», dicono i ragazzi

Alessia Celotto
L'ideatrice del progetto Linda Giacomazzi con alcuni ragazzi
L'ideatrice del progetto Linda Giacomazzi con alcuni ragazzi

Imparare ad ascoltare per comprendere sé stessi e gli altri, ma anche per riconoscere fragilità e debolezze trasformandole in un punto di forza.

È questo l’obiettivo di “Se mi ascolti sto meglio”, il progetto avviato in alcune classi dell’istituto Sansovino Obici di Oderzo, in particolare nell’indirizzo per la sanità e l’assistenza sanitaria. In un’era dell’iper-comunicazione, nella quale sempre più giovani sono immersi nella tecnologia tra chat e social network, ascoltare davvero diventa sempre più difficile.

Lavoro di gruppo

Il progetto è nato grazie allo scrittore Luca Drusian, che ha dato vita a questi laboratori pratici derivanti dalla sua esperienza nell’insegnamento dell’ascolto di tante persone incontrate nelle periferie delle città, spesso segnate da situazioni di disagio, dipendenze e fatiche esistenziali. Le attività prevedono momenti di lavoro di gruppo composti da studenti di classi diverse, dinamiche partecipative, supporti audio e video e brainstorming. Un modo per favorire il dialogo e spingere i ragazzi a raccontarsi.

La gioia dei ragazzi

Gli studenti della quarte e quinte hanno raccontato come questo progetto sia stato di enorme impatto. «Abbiamo raccontato eventi significativi della nostra vita a persone che non conoscevamo – ha raccontato Philip – Per noi giovani non è facile parlare a cuore aperto dei nostri problemi».

«A volte non veniamo ascoltati o creduti nemmeno dai nostri genitori ed è triste» – ha aggiunto Vera. «Sentirmi ascoltata mi ha fatta stare talmente bene che ho iniziato ad aprirmi di più, soprattutto con i miei amici», ha espresso Yasmine. Per altri, il laboratorio è stato un modo per comprendere la propria vulnerabilità: «Fatico a parlare di me, sia delle cose positive sia di quelle negative – ha detto Asia – ma questo progetto mi ha aiutata a capire che si può essere anche fragili». «Mi sono emozionata quando ho pensato a un episodio specifico della mia vita. Parlo tanto ma spesso di argomenti superficiali perché ho paura di fermarmi e parlare di cose profonde – ha detto in preda all’emozione Victoria – Il laboratorio mi ha fatta scavare nel mio passato, ma se non si vive il dolore non si riesce a crescere».

Le docenti

«Il disagio ascoltato ha portato lo scrittore a riproporre insegnamenti che hanno fatto ripartire il suo cuore e che ora trasmette ai giovani – ha raccontato la docente ideatrice del progetto Linda Giacomazzi – L’ascolto può incontrare vari ostacoli, come la noia, la paura e l’ansia, ma i ragazzi sono rimasti colpiti da questa narrazione innovativa che ha consentito loro di toccare temi delicati.

Alla fine molti hanno detto che è stato il momento più bello degli ultimi cinque anni». Imparare l’arte dell’ascolto significa raccontare il dolore, ma anche i sogni e desideri di giovani che manifestano il bisogno di essere visti e creduti. L’idea nasce dal desiderio di portare un po’ di umanità in un mondo sempre di corsa, dove si ricerca sempre il perfezionismo, dimenticandosi della persona.

«Si comunica molto, ma di cosa si parla davvero? – sottolinea la docente Laura Luazzana – Spesso non si parla di ciò che si ha dentro. Tutti parlano, ma nessuno ascolta davvero». Secondo diversi dati, i giovani di oggi faticano a chiedere aiuto e manifestano una progressiva dipendenza da internet, oltre a problematiche come la mancanza di autostima, l’ansia e difficoltà relazionali con gli adulti.

Il volontariato

Dopo l’esperienza, alcuni studenti hanno deciso di avvicinarsi al volontariato, altri hanno affrontato stage con persone con disabilità. «Non esistono ragazzi cattivi – ha concluso Rebecca – L’ascolto spesso non viene insegnato nemmeno in famiglia e così ci chiudiamo in noi stessi». «A volte c’è una chiusura mentale anche negli adulti – ha aggiunto Jenni – ma bisogna imparare pian piano».

«Non è stato facile per i ragazzi, ma ha lasciato qualcosa di importante. Leggere il cuore degli studenti e dare spazio a ciò che sentono è fondamentale. Mi auguro che questo progetto possa essere replicato anche in molte altre scuole», ha concluso Giacomazzi. —

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