Veneto senza appeal, i giovani se ne vanno: «Borse di impiego per farli restare»

Il manifesto di un gruppo di manager, universitari e sindacalisti: «Patto per integrare i bassi stipendi e favorire la carriera dei ragazzi»

Sabrina Tomè
I manager che hanno sottoscritto l'accordo
I manager che hanno sottoscritto l'accordo

C’è un dato di fatto: il Veneto, nel 2024, ha perso quasi 6 mila giovani che hanno scelto di vivere altrove. Nel 2011 erano poco più di mille.

Un fenomeno in espansione che è legato sia alla fuga di chi lascia il territorio, sia alla mancanza di appeal dello stesso, incapace di richiamare ragazzi da fuori. Il tutto si traduce in una crisi del modello veneto e, in termini più concreti, in una perdita di competitività. Il trend è noto, ma ora c’è una proposta concreta per invertirlo. Si tratta di un patto tra istituzioni e mondo economico per riconoscere ai neoassunti “borse di impiego” che integrino stipendi tra i più bassi d’Italia e che garantiscano loro prospettive di carriera attualmente assai fumose.

A lanciare la proposta è un gruppo eterogeneo fatto da imprenditori, manager, economisti, docenti universitari e sindacalisti. Tutti convinti della necessità di tamponare urgentemente la gravissima emorragia di capitale umano giovanile che sta trasformando il Nord Est del benessere diffuso in una corpo esangue, privo di energie e di risorse. Il “manifesto” per il rilancio del Veneto, presentato ieri a Padova, è stato sottoscritto dai manager Luca Vignaga e Stefano Pozzi, dagli imprenditori Carlo Pasqualetto (esponente di Azione) e Maurizio Zordan, dai professori universitari Paolo Gubitta, Fabrizio Dughiero, Giancarlo Corò, Elisa Barbieri e Vania Brino, dal consigliere regionale di Azione Nicolò Rocco, dallo storico sindacalista Luigi Copiello, dal creativo Matteo Pozzi.

L’esodo

«In Italia la situazione è drammatica: per 9 ragazzi che se ne vanno, ne arriva solo uno. E il Veneto è la regione del centronord meno attrattiva - riassume Copiello -, il saldo negativo si sta allargando, non si vedono inversioni di tendenza». Le ragioni? Due in particolare, spiega il gruppo dei promotori del manifesto. La prima è il gap salariale di circa 800 euro (1.447 euro in Italia il mensile netto medio a un anno dalla laurea magistrale contro i 2.231 dell’Europa) e in Veneto la bassa remunerazione è ancora più marcata visto il costo della vita, incidendo sull’abbassamento della produttività. La seconda è la mancanza di risposte concrete rispetto alle aspettative di crescita professionale.

Gli effetti

La partenza dei giovani si traduce in una perdita di investimenti in capitale umano (al Veneto l’esodo di universitari costa 12 miliardi) e di competitività proprio a causa di carenza di risorse umane. «Occorre attrarre capitale umano per uscire dalla bassa competitività», la sintesi di Corò.

Il manifesto e il patto

Ma come attrarlo? Con un “patto per sviluppo delle competenze e delle responsabilità” che preveda il riconoscimento di ognuno in base a meriti accertati. Un patto da sostenere con le “borse di impiego”, finalizzate a ridurre il gap salariale con l’estero e con l’Italia. La proposta - «formulata talmente bene che non potrà essere rifiutata», ha affermato Gubitta - è rivolta a Regione, Camere di Commercio, fondazioni bancarie ed enti bilaterali affinché venga creato un fondo per promuovere in via sperimentale l’iniziativa destinata in particolare ai laureati assunti nelle piccole imprese e nelle pmi innovative. Semplificando: la Regione in particolare, oltre alla normativa che disciplina l’accordo, dovrebbe mettere i soldi, gli imprenditori un percorso di crescita professionale per il neoassunto e il giovane il suo lavoro e la sua competenza.

«È un patto, non un contratto», sottolineano i promotori. Precisando che dovrebbe essere temporaneo per evitare che si trasformi in assistenzialismo.

Le cifre

Sono circa 11 mila i laureati magistrali in Veneto ogni anno. Le borse di impiego, destinate agli assunti in aziende medio-piccole potrebbero partire da uno stanziamento di 5 milioni (un migliaio da 5 mila euro) in una regione con un Pil da 160 miliardi e con banche che hanno utili di 8 miliardi. La Regione dispone delle risorse necessarie, ha detto Nicolò Rocco di Azione: «Consideriamo gli 83 milioni di fondi Fesr dall’Europa non spesi e la cui destinazione può essere riprogrammata». A breve l’incontro col governatore del Veneto Alberto Stefani e con il capogruppo Pd Giovanni Manildo. —

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