Treviso mette al bando il burqa: illegale
Il sindaco Gobbo e il procuratore Fojadelli: leggi chiarissime. De Checchi: giusto intervento, vie legali eccessive. Sbarra: giusto, regole uguali per tutti. Ma il leghista Stiffoni accusa vigili e magistrati: «Denuncino la donna»
Treviso mette al bando il burqa. Il sindaco Gobbo e il procuratore Fojadelli, hanno ribadito. relativamente alla donna femrata lunedì dai vigili, che la legge è molto chiara. Il primo cittadino è stato esplicito: nessuna tolleranza per chi gira a volto coperto. Fojadelli parla di «provocazione».
Il procuratore Antonio Fojadelli non lascia dubbi: «Porte aperte per tutti, purché vengano rispettate le regole fondamentali di questo Paese». E spiega: «C'è una norma di pubblica sicurezza che dice che le persone devono essere riconoscibili. Sotto il velo potrebbe nascondersi chiunque». Una norma dello stato italiano che, in quanto tale, va rispettata.
Secondo il procuratore, quanto accaduto è anche una questione culturale e sociale: «La questione del burqa sta diventando una sfida, una provocazione - osserva il magistrato - C'è la pretesa di imporre il proprio comportamento». E a questa sfida l'Occidente può rispondere soltanto in un modo: «Non vergognandosi della propria cultura».
Molto più drastico il asindaco Gobbo, ieri mattina a Ca' Sugana. «Il burqa è un travestimento - spiega - e in quanto tale confligge con la legge italiana che vieta espressamente di presentarsi in luogo pubblico vestiti in maniera tale da non essere identificabili. Il fatto che siano stati gli stessi cittadini a segnalare il caso, mostra che soggetti che circolano vestiti in questo modo vengono percepiti come un pericolo dalla gente. Una sensazione di insicurezza superabile se il loro volto fosse visibile. I musulmani devono adattarsi, questa è la nostra legge».
Ma quanto avvenuto lunedì non è piaciuto a tutti. La Lega, con il senatore leghista Piergiorgio Stiffoni, attacca dal canto suo vigili urbani e magistratura. «La donna avrebbe dovuto essere stata denunciata d'ufficio - accusa - Spero che i magistrati, a Treviso, non abbiano paura di muoversi. Gli immigrati devono capire che sono ospiti in Italia, e che devono adeguarsi alle nostre leggi, chiarissima. Non comoda loro? Stiano pure a casa loro». Ma Stiffoni ne ha anche per la polizia municipale, responsabile di non aver proceduto con la segnalazione del caso alla procura.
«Male che dopo l'identificazione non si sia proceduto alla segnalazione del caso alla magistratura - attacca Stiffoni - Gentilini deve essere messo al corrente del fatto: è inspiegabile, la donna ha violato la legge». Più cauto Andrea De Checchi, capogruppo di An ai Trecento e presidente provinciale del partito. «Le leggi ci sono e vanno rispettate. Su questo non si transige - puntualizza - Ma non condannerei l'operato delle autorità: denuncia della donna sarebbe stato un atto con poca forza che si sarebbe quasi sicuramente infranto in una richiesta d'archiviazione del caso ed un sostanziale nulla di fatto».
E l'intesa sulla necessità del rispetto della legge pare essere davvero bipartisan. La visione della vicenda da parte di Gianpaolo Sbarra (Rosa nel Pugno) è del tutto analoga a quella degli esponenti di centrodestra. «E' giusto e sacrosanto che ogni individuo possa essere identificato da un rappresentante delle forze dell'ordine se ve ne è necessità - spiega il consigliere comunale - E' una elementare questione di trasparenza e civiltà che vale per gli immigrati musulmani come per i cittadini italiani».
Argomenti:razzismo
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