La tragedia delle Maldive e il mondo delle immersioni: i tre fattori

L’incidente delle Maldive in cui hanno perso la vita 5 sub italiani ha scatenato un dibattito ricco di inesattezze. Walter Donegà, istruttore di sub, fa chiarezza sul mondo delle immersioni spiegando terminologia e dinamiche

Walter Donegà*
Incidente delle Maldive, ecco i tre fattori da considerare
Incidente delle Maldive, ecco i tre fattori da considerare

In questi giorni l’incidente delle Maldive che ha coinvolto 5 sub italiani ha scatenato un dibattito mediatico ricco di inesattezze, soprattutto da parte dei media. Lungi da me voler fare affermazioni sull’incidente in sé, ma i miei due centesimi sulle immersioni mi sento di esprimerli.
Sono istruttore sub, guida subacquea, ho 27 anni di esperienza una trentina di brevetti di specializzazione in vari ambiti della subacquea, tra cui immersioni profonde e uso di miscele di gas.

Partiamo dalle basi.
Normalmente nelle immersioni si usa aria compressa, non “ossigeno”. Aria compressa che è, di fatto, la stessa che stiamo respirando in questo momento: una miscela composta per circa il 21% da ossigeno, il 78% da azoto e il resto da altri gas in quantità minime.

In una normale immersione, l’aria viene compressa da un compressore, caricata nelle bombole e poi erogata attraverso appositi dispositivi chiamati, appunto, erogatori.

Fin dai primi corsi base si imparano i rischi che respirare aria in pressione può comportare.
Il primo riguarda l’azoto, un gas per noi metabolicamente inerte ma che sott’acqua può creare principalmente due problemi.

Il primo è la narcosi d’azoto. Aumentando la profondità aumenta anche la pressione parziale dell’azoto, che può provocare una sorta di ebbrezza, detta anche “effetto Martini”. Non è una buona cosa in immersione, come è facile dedurre. La sensibilità varia molto da persona a persona e generalmente può manifestarsi oltre i 30-35 metri.

Il secondo problema riguarda la decompressione. Durante la discesa l’azoto si scioglie nei nostri tessuti, mentre in risalita deve essere eliminato gradualmente. Se si risale troppo velocemente, questo azoto può formare bolle nel corpo, con conseguenze che possono andare da dolori articolari fino a situazioni molto gravi. Per questo si impara fin da subito che la risalita deve essere lenta e controllata.

Anche l’ossigeno contenuto nell’aria può creare problemi. Oltre una certa pressione parziale, infatti, l’ossigeno può diventare tossico e provocare effetti molto seri, anche improvvisi. La pressione parziale dell’ossigeno è un fattore fondamentale. Respirando normale aria compressa, i valori iniziano a diventare critici man mano che ci si avvicina e si superano i 50-60 metri, anche se molto dipende dal tempo di esposizione e dalla sensibilità individuale.

In poche parole: la normale aria che respiriamo, quando viene respirata in profondità, può diventare rischiosa in modi diversi.

Non per niente il limite massimo delle immersioni ricreative ad aria è generalmente fissato a 40 metri, con tempi di permanenza che si riducono progressivamente con l’aumentare della profondità.

Esistono infatti le famose tabelle d’immersione, che in base al tempo trascorso sul fondo e alla profondità raggiunta stabiliscono limiti di sicurezza validi per la maggior parte delle persone. Oggi queste tabelle sono spesso sostituite (o affiancate) dai computer subacquei, che ne rappresentano l’evoluzione digitale. Poiché i diversi computer utilizzano algoritmi differenti, due subacquei con strumenti diversi possono ricevere indicazioni leggermente diverse sui tempi di permanenza o decompressione.

C’è poi un altro fattore da considerare, non meno importante: i consumi.

Una bombola standard in acciaio da 15 litri caricata a 200 bar contiene circa 3000 litri d’aria. A riposo, in superficie (cioè a 1 BAR), consumiamo mediamente circa 20 litri al minuto. In teoria, quindi, quella bombola potrebbe bastare per circa 150 minuti.

Ma più si scende in profondità, più aumenta la pressione ambientale e più aumenta il consumo reale. Considerando che la pressione cresce di circa 1 BAR ogni 10 metri, a -30 metri (4 BAR assoluti) consumeremo circa quattro volte tanto rispetto alla superficie, senza contare lo sforzo fisico, che può aumentare ulteriormente il consumo.

In pratica: più scendo, meno autonomia ho. E devo sempre considerare che poi dovrò risalire con calma, mantenendo una riserva adeguata per eventuali imprevisti.

Le tipiche immersioni nei mari caldi, come Mar Rosso, Maldive e simili, si svolgono generalmente tra i 15 e i 30 metri: profondità alle quali c’è ancora buona luce naturale, i rischi sono relativamente contenuti e si può fare un’immersione di durata soddisfacente.

I brevetti ricreativi sono graduali e distinti in livelli. Il primo abilita generalmente fino a 18 metri, il secondo a 30, il terzo fino ai 40 metri.

Questo perché, come abbiamo visto, più si scende in profondità più aumentano i rischi legati alla respirazione di gas in pressione. Poi ci sono le miscele di gas, cioè composizioni diverse dell’aria usate in funzione della profondità e del tipo di immersione.

La più conosciuta è il Nitrox, una miscela arricchita di ossigeno e quindi con meno azoto rispetto all’aria. Entro determinati limiti di profondità, può ridurre il carico di azoto assorbito dal corpo e aumentare i margini di sicurezza, ma richiede un brevetto specifico e va usata con attenzione proprio perché l’ossigeno aumenta.

Nei mari tropicali, come alle Maldive, è spesso uno standard.

Per profondità maggiori si usa invece il Trimix, cioè una miscela che contiene anche elio, un gas molto meno narcotico dell’azoto. Le percentuali vengono studiate in base alla profondità da raggiungere e spesso si usano più bombole con gas diversi per le varie fasi dell’immersione.

Qui entriamo però nella subacquea tecnica: immersioni fuori curva, decompressioni pianificate, bibombola, stage decompressivi e molto altro.

Per non parlare dei rebreather, apparecchi che riciclano il gas respirato e regolano continuamente la miscela, aumentando enormemente autonomia ed efficienza, ma richiedendo addestramento molto specifico, grande esperienza e attenzione assoluta.

Va ricordato che sott’acqua non vanno solo appassionati, ma anche professionisti altamente specializzati.

L’immersione alle Maldive dei 5 sub, da quanto si è capito, aveva caratteristiche molto più vicine a una immersione tecnica che a una semplice immersione ricreativa. Inoltre, essendo una immersione in grotta, il livello di complessità aumenta ulteriormente e richiede addestramento specifico.

Al momento non si conoscono, o almeno non sono state rese note, le modalità precise di quell’immersione. Per questo fantasticare sulle cause è pura speculazione.
La subacquea è un’attività complessa: può essere semplice e meravigliosa, ma può anche diventare estremamente impegnativa.

Io ho avuto la fortuna di fare corsi lunghi e complessi con didattiche storiche e molto severe (FIPSAS, FIAS, TSA) e sono grato ai miei istruttori per avermi insegnato una cosa fondamentale: nella subacquea il rischio è sempre dietro l’angolo, e il “non si sa mai” è qualcosa che bisogna sempre prevenire... e anche saper affrontare.

*istruttore di sub, tiene corsi minisub con la società Delfinsub di Bolzano

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