Il grande abbraccio ad Alex Zanardi: «Così ci hai insegnato a prendere la vita a morsi»
A Padova l’addio al campione, migliaia di persone a Santa Giustina. L’omelia di don Marco Pozza: «La morte si è presa il corpo di Alex, ma le è sfuggita l’anima». All’interno basilica è stata portata la sua handbike, gli atleti in carrozzina attorno al feretro

Non poteva che essere la basilica di Santa Giustina, con la sua secolare storia di cadute e di rinascite, con gli spazi ampi e luminosi per vite che non stanno dentro misure normali, il luogo eletto per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi.
Tremila persone dentro e un altro migliaio nel sagrato davanti al maxischermo – il mondo dello sport e quello delle istituzioni – erano martedì mattina, 5 maggio, a Padova per accompagnare il pilota di Formula 1 e campione paralimpico di handbike, per abbracciare la sua famiglia, il figlio Niccolò, la moglie Daniela, la mamma Anna.
Una cerimonia piena di empatia come gli applausi all’arrivo della bara coperta di rose bianche; piena di calore come il grande cerchio fatto di decine e decine di atleti in carrozzina che hanno vegliato il feretro durante la cerimonia, ai piedi dell’handbike vicino all’altare; piena di informalità come la canzone di Mannoia «chi lotta per qualcosa non sarà mai perso» e quella di Vecchioni e Guccini che hanno inframezzato il rito liturgico; piena di significati come quelli dell’omelia del cappellano del carcere don Marco Pozza.
Insomma, piena di lui, di quello che è stato Alex e di quello che sarà per sempre nella memoria collettiva: del «combattente» per la cognata Barbara, del «capitano, mio capitano» per i ragazzi e atleti dell’associazione Obiettivo3; dell’«uomo del congiuntivo anziché dell’indicativo, dei cinque secondi, delle possibilità e non delle certezze», per l’amico sacerdote.
L’omelia
Don Pozza ha iniziato l’omelia ricordando l’episodio all’autogrill di Montefeltro, l’incontro di Alex con due carcerati e la frase che diventerà la sua filosofia vita. «Certe volte», le parole di Zanardi, «bastano cinque secondi in più per fare la differenza. Sono dappertutto questi cinque secondi: negli affetti, nelle relazioni, nel lavoro. È l’idea di provare a vedere se si può fare qualcosa d’altro rispetto a quello che stai per fare».
Nessuna verità preconfenzionata nello stile del campione: «Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvisata, la mente spalancata», ha ricostruito don Pozza, «Chi ama l’indicativo, oggi rimpiange l’atleta che è stato. Chi osa il congiuntivo, oggi ringrazia l’uomo». E infine: «A voi lascio le medaglie e l’odore di benzina, io mi tengo l’uomo. Dispiace per sorellaccia morte: pensava di averlo vinto, finalmente. Non ha fatto bene i conti neanche stavolta, accipicchia. Si è presa il corpo, ma l’anima le è proprio sfuggita. In corsia di sorpasso, è andata ad infilarsi dritta nelle storie dei ragazzi/e di Obiettivo3». Il sacerdote ha anche letto la lettera che Papa Francesco inviò a Zanardi dopo l’incidente del 2020: «Grazie Alessandro per aver dato forza a chi l’aveva perduta».
La famiglia
All’altare è salito il figlio Niccolò restituendo l’immagine privata del campione: «Vi racconto l’Alex di casa, non quello che vince, ma quello che fa il caffè, che impasta la pizza. E che ti dice: aiutami a pistolare con lo Spid che non ci capisco nulla. Papà faceva tutto con il sorriso. Non serve pensare a grandi sfide e a grandi imprese, non serve essere Alex per avere una vita meravigliosa. Quando trovi il sorriso nelle piccole cose, allora quelle sono le basi migliori per costruire una vita meravigliosa».
La cognata Barbara: «La mia parola per Alex è “combattente”. Racchiude la tua essenza più vera. Come papà Dino e la mamma Anna, vere forze della natura. E Daniela, compagna di vita. Di questa vita non ordinaria che ti sei scelto, Alex. La vita non necessariamente ti deve sopraffare, ma si può prendere a morsi».
I ragazzi di Obiettivo 3: «Obiettivo3 è il luogo in cui hai reso reali tantissimi sogni. Sei stato aria. Fresca, frizzante. Hai aperto finestre in vite chiuse. Tu capitano, trasformavi le idee anche più folli in qualcosa di concreto. Capitano, mio capitano, nostro capitano. Ci hai messo tutti in marcia. Siamo qui per te capitano, per dirti che abbiamo imparato la lezione. Cercheremo di essere anche noi motivatori verso il prossimo».
La moglie Daniela non ha usato parole, ma gesti pieni di significato: al momento del segno di pace si è alzata dal suo banco per stringere le mani degli atleti in carrozzina. Mamma Anna ha parlato all’uscita dalla chiesa, fra le centinaia di abbracci. All’ex pilota di Formula Uno Max Papis ha confessato: «Ho guardato il cappotto di mio marito e ho detto: che figlio che abbiamo fatto».
Le istituzioni e lo sport
Un uomo straordinario per salutare il quale sono arrivati gli uomini delle istituzioni, il ministro dello Sport Andrea Abodi, il presidente della Regione Alberto Stefani, il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, il senatore Antonio De Poli, il prefetto di Padova Giuseppe Forlenza, il questore Marco Odorisio, il sindaco di Padova Sergio Giordani e di Noventa Padovana (dove Zanardi viveva con la famiglia) Marcello Bano, quello di Castel Maggiore (da cui arrivava e dove verranno portate le sue ceneri) Luca Vignoli, il sindaco di Bologna Matteo Lepore. C’erano Giovanni Malagò e la senatrice e campionessa paralimpica Giusy Versace: «L’eredità che ci lascia è molto più del suo essere campione. Non è che avevamo bisogno di motivarci a vicenda, perché quello spudorato amore per la vita, questa voglia di sorridere alla vita un po’ appartiene anche a me: noi parlavamo di brugole e di robe tecniche. Lo voglio portare con me, nel mio cuore, con questo ricordo di una persona solare, innamorata, pazza della vita, curiosa».
C’era Bebe Vio, il suo pianto disperato. Kristian Ghedina e la leggenda Alberto Tomba: «È stato unico per la forza e la passione che ci metteva». C’era l’ex calciatore paraguayano del Vicenza Julio Gonzalez che ha ripreso a giocare dopo un gravissimo incidente in cui perse le braccia, proprio per l’incoraggiamento di Zanardi andato a trovarlo in ospedale. C’erano Stefano Domenicali presidente di Formula Uno, Gian Carlo Minardi fondatore del team Minardi di Formula 1, l’imprenditore ed ex pilota Paolo Barilla, i presidenti del Cip di ieri e di oggi, Luca Pancalli e Marco Giunio De Sanctis, il giornalista Ivan Zazzaroni.
Tutti hanno guardato partire Alex, ancora una volta tra gli applausi e la basilica lentamente si è svuotata. Ora che la folla è uscita, resta in vista la pala di San Mauro abate con gli infermi: la fragilità dipinta da Lefebvre, Alex l’ha trasformata in opportunità. E in Santa Giustina risuonano le note di Vecchioni e di Guccini «se non potrò correre e nemmeno camminare, imparerò a volare».
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