In Veneto un medico su tre nei Pronto soccorso è in burnout e vuole lasciare
L’analisi presentata dalla Federazione dei medici internisti ospedalieri. Il 100 per cento segnala che operano ancora gettonisti o liberi professionisti. Le richieste: assumere personale medico ed infermieristico e riclassificare le Medicine interne come reparti a medio-alta intensità di cura

In Veneto quasi un medico su tre è in burnout e progetta di lasciare il lavoro ospedaliero. il quadro emerge dalla survey Fadoi (Federazione dei medici internisti ospedalieri) sullo stato di lavoro nei reparti di Medicina Interna, presentata al 31esimo Congresso Nazionale di Rimini.
Il 100% dei rispondenti in Veneto dichiara che nel Pronto soccorso del proprio ospedale operano ancora i cosiddetti "gettonisti" o libero-professionisti. Anche nelle Medicine interne il fenomeno non è marginale: solo il 54,5% riferisce l'assenza di professionisti autonomi, mentre il resto segnala presenze variabili fino a quote superiori al 20%.
Il 54,5% dichiara di aver vissuto almeno dei periodi di burnout e un terzo si sente attualmente in burnout. Il 27,3% sta pensando di lasciare anticipatamente il lavoro o trovare soluzioni alternative a quello ospedaliero. Il 72,8% ritiene che la carenza di personale e il ricorso ai gettonisti in Pronto soccorso possano aumentare in misura rilevante, o addirittura molto rilevante, il rischio di errori nella pratica clinica. Le richieste principali sono due, entrambe indicate dal 72,7% dei rispondenti: assumere personale medico e soprattutto infermieristico e riclassificare le Medicine interne come reparti a medio-alta intensità di cura. Seguono il coordinamento ospedale-territorio, al 27,3%, e più opportunità di carriera, al 18,2%.
«I dati regionali», sottolinea l'associazione, «confermano che la Medicina interna rappresenta uno dei nodi centrali dell'Ospedale: qui vengono assistiti pazienti anziani, fragili e con più patologie contemporaneamente. Per questo sono indispensabili organici adeguati, équipe stabili e un riconoscimento coerente della complessità assistenziale. Non si tratta di una rivendicazione corporativa: è in gioco la salute dei medici, ma soprattutto la sicurezza dei pazienti».
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