Tante zone grigie in agricoltura, il pericolo sta nelle infiltrazioni
Dopo la tragedia di Chioggia parla Bruno Pigozzo, già coordinatore dell’Osservatorio regionale veneto per il contrasto alla criminalità organizzata: «Protocolli non rispettati»

«Per la lotta al caporalato esiste un protocollo regionale sottoscritto dalle organizzazioni agricole - molto sensibili al riguardo - che dovrebbe creare presidi di tutela per zone agricole: esiste sulla carta, ma non viene rispettato. La presenza di lavoratori in nero e sfruttati resta molto sottotraccia purtroppo, anche se tra le organizzazioni del territorio c’è la massima volontà di far emergere e combattere questa forma di sfruttamento. Ma c’è poco controllo».
A parlare è Bruno Pigozzo, ultimo coordinatore dell’Osservatorio regionale per il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e per la promozione della trasparenza: importante strumento di monitoraggio, è al momento “congelato”, in attesa di essere rinnovato dopo il passaggio di consegne tra Luca Zaia e il neo presidente della Regione, Alberto Stefani.
«Nella nostra attività, non abbiamo avuto rilevazioni specifiche sull’area di Chioggia», prosegue Pigozzo in termini generali, «ma essendoci in quella zona coltivazioni agricole estese è molto probabile la presenza, anche lì, di braccianti in nero: una forma di sfruttamento che segue le ondate stagionali della produzione e si sposta dalle verdure all’uva. Nella relazione finale sugli anni di mandato dell’Osservatorio regionale sulla legalità, abbiamo citato più volte il tema delle agromafie e del caporalato, con il quale abbiamo avuto modo di confrontarci anche con il procuratore Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie, e con Coldiretti, molto sensibile al tema».

Confagricoltura, Cia, Copagri e Coldiretti sono coinvolte in attività di monitoraggio, prevenzione e sensibilizzazione contro le agromafie e il caporalato. Ma non è sufficiente. Sono numerosi gli elementi che emergono dalla relazione finale dell’Osservatorio e che sollevano il velo su un mondo di sfruttamento che ci vive accanto e che non vediamo, fino a quando non accadono le tragedie .
La fotografia più inquietante e mirata all’ambito agricolo è emersa proprio nell’ambito dell’audizione di Caselli, che ha evidenziato come il settore agricolo veneto sia particolarmente esposto al rischio di infiltrazioni mafiose e di sfruttamento della manodopera, sottolineando - si legge nella relazione finale dell’Osservatorio - che «il fenomeno del caporalato emerge come una delle modalità principali di sfruttamento della manodopera».
In Veneto, come in altre regioni del Nord, «i caporali, spesso legati a organizzazioni mafiose, reclutano lavoratori, promettendo loro occupazione e stipendi che in realtà non vengono rispettati». L’ex procuratore antimafia Caselli ha descritto le condizioni di lavoro nei campi veneti come spesso caratterizzate da «orari di lavoro massacranti e stipendi ridotti al minimo», con lavoratori «impiegati in nero, costretti a vivere in alloggi fatiscenti e privi di diritti fondamentali».
Il fenomeno - si legge ancora nella relazione finale dell’Osservatorio - riguarda in particolare i lavoratori stranieri, più vulnerabili e facilmente ricattabili. Ma il sistema regge per il tornaconto e la complicità di alcuni imprenditori agricoli che, per abbattere i costi «possono essere tentati di ricorrere a pratiche illecite, come l’assunzione di manodopera non regolare». Terreno fertile per l’infiltrazione mafiosa, che si propone come intermediaria per fornire lavoratori a basso costo: «Le mafie sfruttano questa vulnerabilità, offrendo manodopera a imprese disposte a violare le normative sul lavoro, contribuendo così a un sistema di sfruttamento sistematico».
Sfruttamento dei lavoratori in nero e concorrenza sleale alle aziende rispettose delle regole: il caporalato, quindi, non è solo un problema di legalità, ma anche di diritti umani e di coesione sociale. Caselli - che ha descritto il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa in Veneto, a diversi livelli, come sistematico (come dimostrano anche le indagini della Distrettuale Antimafia del Veneto, concluse con sentenze definitive) - ha richiamato la necessità di un’azione coordinata tra istituzioni, associazioni di categoria e forze dell’ordine per contrastare il fenomeno, promuovendo la formazione, la prevenzione e la cultura della legalità nel settore agricolo.
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