Immigrati, solo forza-lavoro?
Sabato scorso ho deciso di scendere in piazza accanto ai migranti alla manifestazione organizzata dai sindacati in piazza Vittoria a Treviso. Non mi intressa la riuscita della manifestazione, ma invece la rifondazione di un nuovo tipo di politica e di rapporto tra cittadini-istituzioni, cittadini-democrazia e cittadini-impegno politico, mi permetto umilmente di muovere delle critiche.
Sono rimasto terribilmente deluso, ma anche terribilmente arrabbiato e insofferente a certi luoghi comuni e pietismi neo-padronali, e che da un palco di sindacalisti uscissero frasi come «gli imprenditori del trevigiano vogliono il vostro bene, il vostro rispetto e la tutela dei vostri diritti perché per loro siete una forza-lavoro importante»!
Io spero che qualcuno, come me (non sono altro che un semplice giovane ventenne), in cuor suo almeno si sia indignato,abbia dato un peso alle parole scelte da pronunciare. In primo luogo dobbiamo essere realisti, nel senso che dobbiamo guardare attentamente la realtà delle cose. A me è bastato un mese e mezzo di lavoro estivo in una piccola-media impresa del trevigiano per accorgermi di quanto soffre un migrante, di come è trattato, di quale tipo di angherie subisce! Di come i suoi diritti umani, per definizione inalienabili e fondamentali alla crescita e sviluppo di una persona, siano calpestati ogni giorno con più vigore, senza tanti problemi dagli imprenditori trevigiani che, a quanto pare, per qualche sindacalista trevigiano «vogliono il bene del migrante, il rispetto e la tutela dei suoi diritti». Per piacere non raccontiamoci balle! In secondo luogo sono rimasto esterrefatto all'equazione che spesso ricorreva di «migrante=forzalavoro importante e necessaria»: insomma se una manifestazione per i diritti dei migranti non prova a mettere al centro delle questioni prima di tutto «la persona umana», beh possiamo andare a casa tutti dal primo all'ultimo senza tanti problemi, forse facciamo anche più bella figura!
Per «mettere al centro delle questioni prima di tutto la persona umana» intendo distruggere questa equazione diffusa nell'opinione pubblica e dire che il migrante prima di tutto è persona umana come me, per questo portatore di diritti e di valori che devono essere posti come un «non possumus» di fronte al mercato, alle logiche neoliberiste di profitto, agli imprenditori e purtroppo anche di fronte ai sindacalisti.
Il migrante non è forza-lavoro ma persona umana. Da qui iniziamo a discutere sui diritti,sui tempi della burocrazia che devono essere accelerati ecc. Altrimenti tutto è fittizio, autoreferenziale e molto aristocratico per potersi dire a se stessi belli compiaciuti «hai visto io c'ero». Anche perché se non governiamo «la polis» per il bene della persona umana per chi la governiamo?
In terzo luogo è stata emblematica l'assenza di una solidale presenza dei trevigiani, e invece una ampia presenza dei migranti per i quali mi piange veramente il cuore che abbiano dovuto assistere ad una manifestazione cosi «grigia», «moderata» nel senso più becero del termine e che non ha prodotto nella pratica nessuna azione concreta di lotta politica per dei valori e diritti fondamentali.
La mazzata finale che ho dovuto sentire è stata quella che non dovevano parlare tutti, ma «delegare» ai rappresentanti sia l'espressione della propria opinione, sia la mobilitazione pratica lasciando i diretti interessati «ad aspettare che qualcosa arriverà...«. Io credo alla rifondazione della politica, credo nella democrazia partecipativa, nelle «Giunte del buon Governo» Zapatiste del Chiapas, dove tutti parlano e discutono della cosa pubblica e dei problemi, ogni persona ha diritto di parola, viene ascoltata, e le viene dato un peso forte, perché quando c'è uno che parla e gli altri che battono le mani e basta, nei momenti in cui l'oratore alza il tono di voce, la mia mente ricorda i filmati dell'istituto Luce degli anni trenta e quaranta di quando Mussolini usciva e dalla finestra parlava e parlava... E ce lo ricorda anche Don Milani e la sua Scuola di Barbiana quando diceva «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia».
Concludo ricordando una scena del film «I Cento Passi» quando Peppino Impastato dice, seduto su una collina a guardare il paesaggio, ad un suo amico «...alle persone qui prima di insegnare la politica e i nostri ideali, bisogna insegnare che cos'è la bellezza di questo paesaggio!». Significa che a Treviso bisogna prima spendersi per un cambiamento socio-culturale che ponga il valore della persona umana come unità di misura dei processi economici, politici e di relazione capitale-lavoro altrimenti l'impegno politico è inefficace: senza accettare questo si illudono solo degli uomini e donne come noi.
Argomenti:immigrazione
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso
Leggi anche
Video








