Global warming, abbiamo dirittoa un ambiente più sano
Sono tornati il caldo e l'afa anomali a cui gli ultimi anni ci hanno abituati. Con loro sono tornati anche i discorsi da ombrellone: non ci sono più le stagioni di una volta, il clima è impazzito, c'è allarme siccità e preoccupazione per la salute dei soggetti più a rischio. Alle prime bollette e ai primi blackout, poi, si aggiungeranno le questioni legate al consumo elevato di energia dovuta ai climatizzatori e al fatto che il nostro Paese dovrebbe pensare a soluzioni alternative, magari - speriamo di no - ripensare all'uso del nucleare. Tutto questo durerà fino a tardo settembre, quando torneranno le temperature miti e il problema non sarà più impellente.
La situazione, però, peggiora anno dopo anno e non ci possiamo più permettere di ignorare i mutamenti climatici. Il fenomeno del surriscaldamento globale - il global warming - è un fatto tangibile. L'Onu ha pubblicato, recentemente, il risultato di uno studio sulle condizioni ambientali ambientali del nostro pianeta e sulle probabili conseguenze che ci aspettano: siccità, carestie, inondazioni, diffusione di malattie tropicali ed estinzioni di massa di piante ed animali. Tutto questo senza contare la moria di pesci dovuta all'acidificazione degli oceani causata dalle piogge acide, la scomparsa dei ghiacci con lo scioglimento delle calotte polari e le migrazioni di massa dalle zone del mondo più colpite dai cambiamenti climatici stessi.
Anche l'Unione Europea ha prodotto un dossier, pubblicato alla fine del 2006, sugli scenari futuri. Da questo studio emergono, non solo il pericolo di catastrofi ambientali, ma anche devastanti effetti economici dovuti ai cambiamenti climatici. L'aumento della temperatura avrà un impatto negativo sull'agricoltura ed un effetto devastante sul turismo - che è la più grande industria del nostro Paese -. I turisti, infatti, abbandoneranno le torride coste del Mediterraneo - che subiranno un processo di desertificazione - preferendo le coste del nord Europa, dal clima più mite. Oltre a questo, la desertificazione delle coste dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo provocherà ondate migratorie da queste zone verso quelle settentrionali, andando a gravare in modo pesante sulle economie dei Paesi oggetto della migrazione. Le prospettive future si fanno ancora più negative se consideriamo che con la crescita dei paesi emergenti - India e Cina sono gli esempi più lampanti - le emissioni di gas serra potrebbero addirittura aumentare.
Emerge, quindi, il fatto che se non vengono applicate con forza politiche di prevenzione, i costi rischiano di arrivare fino al 20% del Pil mondiale. Il mondo rischia una crisi economica peggiore di quella del '29. Nel nostro Paese il global warming dovrebbe generare molta preoccupazione vista la nostra posizione geografica. Tra i Paesi europei l'Italia è quello che più rischia: alluvioni, siccità, estati torride. Uno strumento che l'Europa può darsi, e sul quale il nostro Paese dovrebbe impegnarsi in primo perché direttamente coinvolto, è quello di imporre normative che permettano il rispetto dei vincoli imposti dal protocollo di Kyoto. Ma senza piani trentennali: la velocità con la quale il nostro pianeta si surriscalda non ci permette il lusso di aspettare 30 anni per ridurre le nostre emissioni. Quello che emerge dai vertici europei è l'esatto opposto. Il nostro Paese è in enorme ritardo rispetto agli impegni assunti per la riduzione delle emissioni in atmosfera di anidride carbonica. C'è da riconoscere che qualcosa, con l'ultima Finanziaria, è stato fatto. Il governo ha posto norme che vanno nella direzione della riduzione di questo deficit: riduzione dei gas serra, contributi ed agevolazioni a chi sostituisce elettrodomestici o autovetture con nuovi meno inquinanti, agevolazioni fiscali per le opere di riqualificazione energetica. Oltre a questo è stato introdotto il «principio di rivalsa» da parte dello Stato che può rifarsi sugli enti locali che risultino inadempienti alle norme europee e che inquinano il territorio. Ma tutto questo non basta.
L'uomo è l'elemento meno compatibile con l'ambiente, a meno che non vengano cambiate le abitudini dell'umanità stessa. Dobbiamo essere noi cittadini, nel nostro piccolo, a cambiare le nostre abitudini per renderci più sostenibili. Quello che secondo me dovrebbe essere compreso da tutti è che non è un nostro dovere rispettare l'ambiente in cui viviamo, bensì un nostro diritto. Non è un dovere imposto dall'alto da regole che forse non capiamo - e che spesso, per pigrizia, non rispettiamo -, risparmiare energia, usare tecnologie sostenibili, differenziare i rifiuti. È un nostro diritto pretendere un ambiente più sano, un'aria più respirabile ed un futuro migliore per le generazioni che verranno. La riduzione dei consumi di energia - per esempio con la sostituzione delle normali lampadine con altre a risparmio energetico - e di acqua - per esempio usando gli elettrodomestici, come lavatrici e lavastoviglie, solo a pieno carico - sono cose che tutti noi, nel nostro piccolo, possiamo attuare, ma che permettono, nel complesso, la riduzione delle emissioni di anidride carbonica di milioni di tonnellate all'anno. Quindi, ognuno di noi può incidere sull'inquinamento puntando sull'energia alternativa meno inquinante che esiste: il risparmio. Perché è dalle piccole cose quotidiane che si deve partire per cambiare le grandi.
Oltre a questo, dobbiamo spingere con forza i rappresentati delle istituzioni locali affinché ripensino in modo organico e globale alla gestione dl territorio. Si devono ripensare le politiche della mobilità - incentivando l'uso di mezzi pubblici e valorizzando i trasporti alternativi a quelli su gomma -, si devono applicare severe regole per obbligare i comuni ad attuare la raccolta differenziata, si deve puntare a politiche di risparmio energetico - magari con incentivi sull'acquisto di energia verde o sulle lampade a risparmio energetico -, si deve incentivare la bioedilizia - partendo, in primis, dalle opere pubbliche -, si deve pensare alla riqualificazione dei territori - come per esempio le aree verdi spesso trascurate e deturpate da costruzioni abusive -. Diceva Nietzsche, di fronte alla crisi culturale e morale dell'occidente, che i deserti avanzano. Oggi che la metafora è divenuta concreta realtà, la nuova frontiera della nostra responsabilità civile, ancor prima che politica, è quella della tutela del nostro bene più prezioso: il nostro pianeta.
(*Segretario Provinciale Sinistra Giovanile-L'Ulivo)
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