Condannato per sette omicidi ma ancora in servizio a Lecco: sospeso l’ex anestesista Campanile

L’assessore lombardo Bertolaso: «Era in servizio al Pronto Soccorso di Merate». Sull’ex rianimatore di Monfalcone pesa una pena in appello a 17 anni e 3 mesi

Maria Elena Pattaro
Vincenzo Campanile
Vincenzo Campanile

Quando si sono accorti che sul nuovo medico “gettonista” pende una condanna in secondo grado a 17 anni e 3 mesi di carcere per l’omicidio volontario di sette pazienti con iniezioni di sedativo, lo hanno immediatamente sospeso. Il camice bianco in questione è il dottor Vincenzo Campanile, 53 anni di Monfalcone, già anestesista del 118 di Trieste.

Nei giorni scorsi il dottore ha fatto capolino nelle corsie del Pronto Soccorso di Merate (Lecco), a contatto con i pazienti. Condannato in due gradi di giudizio e deciso a presentare ricorso in Cassazione, in questi anni ha continuato a esercitare la professione a singhiozzo, tra stop cautelari e successivi reintegri. Alla luce del fatto che la condanna, appunto, non è definitiva. Campanile, dopo lo scandalo che lo ha travolto, avrebbe lavorato nella sanità privata veneta e, da ultimo, in Lombardia. In particolare al Pronto soccorso dell’ospedale San Leopoldo Mandic di Merate, attraverso una cooperativa.

È qui che il caso è esploso, sfociando nella decisione presa dalla direzione generale dell’Asst (Azienda socio-sanitaria territoriale) di Lecco di sospenderlo con effetto immediato e con il divieto assoluto di riprendere servizio nella struttura ospedaliera. Lì a Merate, il dottor Campanile ha coperto due turni in questi ultimi giorni.

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Il medico Vincenzo Campanile (Lasorte)

La sua presenza ha creato un certo imbarazzo tra i colleghi, che hanno associato il suo nome alle pesantissime vicende giudiziarie triestine. Il provvedimento interdittivo è stato preso «a tutela dei pazienti e del personale sanitario», ha spiegato in una nota Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia.

«È doveroso distinguere con chiarezza tra il principio costituzionale della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e l’etica della responsabilità che deve guidare chi opera in contesti delicatissimi come un Pronto soccorso – ha aggiunto Bertolaso –. Parliamo di professionisti chiamati a prendere decisioni cruciali con serenità e consapevolezza, in situazioni di emergenza, dove la fiducia dei cittadini e la credibilità del sistema sanitario non possono essere messe in discussione».

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Vincenzo Campanile

L’assessore annuncia, inoltre, che saranno avviate «immediate verifiche e saranno adottati i provvedimenti del caso anche nei confronti della cooperativa coinvolta, qualora emergano responsabilità o omissioni informative». Secondo Bertolaso è «intollerabile la prassi secondo cui alcune cooperative impieghino personale senza condividere in modo completo e trasparente tutte le informazioni rilevanti con le strutture sanitarie con cui collaborano».

I fatti che vedono imputato il dottor Campanile, come è noto, risalgono al periodo tra il 2014 e il 2018 e riguardano decessi di pazienti anziani durante interventi domiciliari del 118 a Trieste. Le vittime, tra i 75 e i 90 anni, erano affetti da varie patologie. Secondo l’accusa li avrebbe uccisi con iniezioni di potenti sedativi, tra cui il Propofol e falsificato le schede di intervento omettendo di annotare la somministrazione di questi farmaci. In primo grado il medico era stato condannato a 15 anni e 7 mesi per nove decessi, con l’attenuante dell’aver agito «per motivi di particolare valore morale o sociale».

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L’ex anestesista del 118 Vincenzo Campanile intervenuto durante l’udienza in Corte di assise d’appello (Lasorte)

Il verdetto era stato poi impugnato dai pm e la Corte d’Assise d’Appello, lo scorso ottobre ha alzato la pena: 17 anni e 3 mesi per sette dei nove casi contestati, senza l’attenuante in questione. Cioè in buona sostanza l’aver ucciso «per interrompere la sofferenza» dei pazienti. In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, i difensori di Campanile – gli avvocati Manlio Contento e Alberto Fenos – hanno già annunciato il ricorso in Cassazione. Il loro assistito, parlando a processo, si è sempre difeso sostenendo di aver praticato «sedazioni palliative». «Non è uccidere, è una terapia a tutti gli effetti ed è ciò che ho ritenuto doveroso fare nella gestione di questi pazienti giunti all’agonia finale», aveva dichiarato l’anestesista.

Quando è esploso il caso delle morti sospette, Campanile era stato temporaneamente sospeso dalla professione, in via cautelare e successivamente riammesso. L’Azienda sanitaria triestina (all’epoca Asuits) lo aveva licenziato prima di attendere la fine del procedimento penale. Un provvedimento preso probabilmente sulla scorta dell’accusa di falso in atto pubblico in relazione alle schede di intervento compilate dopo i soccorsi. Nei documenti, infatti, non c’era traccia dei farmaci potenzialmente killer che usava. In primo grado, oltre alla condanna detentiva, i giudici avevano disposto anche l’interdizione dalla professione medica per cinque anni. Ma la sentenza non è definitiva. Nel frattempo il medico ha continuato a esercitare, svolgendo anche mansioni a contatto con i pazienti. —

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