Tribunale islamico a Padova, la Procura apre un’indagine

Il fascicolo senza indagati né ipotesi di reato è stato aperto dopo l’esposto dell’avvocato Minutillo di Futuro nazionale. Il procuratore Racanelli: «Svolgeremo i doverosi accertamenti». Cisint: «Radiazione dall’Ordine per il fondatore della Camera arbitrale». La replica: «Nessuna giustizia alternativa»

Il tribunale di Padova
Il tribunale di Padova

La Procura di Padova ha aperto un procedimento a modello 45, quindi un fascicolo d'indagine senza indagati né ipotesi di reato, sulla Camera arbitrale islamica italiana, facendo seguito all'esposto presentato dall'avvocato Francesco Minutillo di Futuro nazionale.

Lo annuncia in una nota il procuratore Angelantonio Racanelli, sottolineando che la Procura «svolgerà, come sempre, i compiti che la legge gli affida, svolgendo i doverosi accertamenti».

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Omar Vanin

Intanto l’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint chiede la radiazione dell’avvocato Vanin, fondatore e legale rappresentante della Camera arbitrale islamica italiana.  

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«Chiediamo all’avvocato Vanin, rappresentante legale del tribunale islamico di Padova, cosa pensi del ripudio delle mogli, delle spose bambine, della sottomissione delle donne e della poligamia, e quante di queste pratiche siano già state trattate “in nome di Allah” nel suo tribunale parallelo, dove, come si legge nel regolamento, si pretende di «risolvere le controversie civili e commerciali in conformità con i principi della Shari’a» e dove il diritto italiano si applica solo ed esclusivamente alle situazioni non regolate dalla Sharia», dice Cisint, «Una sovversione e un ribaltamento delle nostre regole civili e del nostro ordinamento giuridico, inaccettabile, illegale ed incostituzionale. Per questo abbiamo già presentato un esposto alla Procura della Repubblica e ora presenteremo una richiesta di radiazione di Vanin dall’Albo degli avvocati e dal registri degli arbitri. Gravissimo anche che insegni presso un’università statale. Chi pretende di cancellare le leggi dello Stato e sostituirle con quelle della Sharia non può insegnare ed esercitare proprio all’interno delle istituzioni italiane».

La replica della Camera Arbitrale per intero

"In queste ore siamo, nostro malgrado, al centro di un’attenzione mediatica che ci ha lasciati disorientati. Siamo avvocati e professionisti che si sono trovati, da un giorno all’altro, a fare i conti con una rappresentazione della nostra attività spesso fondata su informazioni fuorvianti e non corrispondenti alla realtà di ciò che facciamo.

Vogliamo dirlo con chiarezza: la Camera Arbitrale Islamica Italiana non è un tribunale, non esercita una forma di “giustizia alternativa” e non potrebbe essere altrimenti.

Svolgiamo attività di arbitrato: uno strumento molto diffuso e da sempre previsto dall’ordinamento italiano, finalizzato alla risoluzione delle controversie in ambito commerciale e patrimoniale.

Lo facciamo per offrire uno strumento a imprese e persone, incluse quelle di fede islamica che, per cultura e orientamento religioso, scelgono di seguire alcuni principi dell’Islam in materia commerciale, come il divieto di interessi, i principi di equità nelle transazioni e la ricerca di una risoluzione consensuale delle controversie.

Sempre e comunque nel rispetto della legge italiana.

Abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi ritrovarsi esposti pubblicamente sulla base di informazioni che riteniamo inesatte. Abbiamo, per nostra fortuna, gli strumenti giuridici per tutelare la nostra onorabilità e la nostra reputazione e, se necessario, ricorreremo alle sedi opportune.

Ci dispiace constatare come anche soggetti che rappresentano le istituzioni possano contribuire, attraverso dichiarazioni e prese di posizione, ad amplificare una narrazione che rischia di alimentare contrapposizioni e conflitti.

La nostra attività nasce esattamente dalla volontà opposta: offrire strumenti di dialogo, mediazione e risoluzione delle controversie, nel pieno rispetto dell’ordinamento italiano”.

 

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