Ripudia la moglie in Pakistan e chiede che venga riconosciuto come divorzio in Italia: istanza respinta

È accaduto a Monfalcone: il Comune ha respinto la richiesta ritenendola in contrasto con i principi dell'ordinamento italiano

Timothy Dissegna
L'ufficio anagrafe a Monfalcone in una foto di repertorio
L'ufficio anagrafe a Monfalcone in una foto di repertorio

Un cittadino italiano di origine pakistana ha chiesto all'anagrafe del Comune di Monfalcone di trascrivere un certificato di divorzio ottenuto in Pakistan tramite talaq, la pratica islamica del ripudio unilaterale della moglie. Il Comune ha respinto l'istanza, ritenendola in contrasto con i principi dell'ordinamento italiano.

A darne notizia è stato oggi il quotidiano La Verità, che nella ricostruzione richiama anche un precedente: la sentenza della Corte d'Appello di Cagliari del 24 maggio 2008, con cui i giudici disposero la trascrizione in Italia di un provvedimento di divorzio egiziano riconducibile, in quel caso, al ripudio.

Sulla vicenda è intervenuta l'europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint, ex sindaca di Monfalcone: «Bastano tre parole per ottenere in quei Paesi islamici il ripudio della moglie: talaq, talaq, talaq. Quest'uomo pretendeva che una pratica fondata sulla Sharia venisse riconosciuta anche a Monfalcone e in Italia, ma ha trovato la porta chiusa. Qui si applicano le leggi italiane, non la Sharia».

Cisint sottolinea come il talaq, a differenza del divorzio previsto dal diritto italiano, non lasci margini di scelta alla donna: «Con il ripudio la donna viene privata di ogni possibilità di scelta: decide l'uomo, unilateralmente. Ed è ancora più grave che in passato persino una Corte d'Appello italiana abbia riconosciuto effetti a una pratica che consideriamo barbara e lesiva della dignità e dei diritti della donna».

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