È morto Fabrizio Plessi, l’artista che portò il digitale alla Biennale di Venezia
È morto a 86 anni all’ospedale di Dolo Fabrizio Plessi, tra i protagonisti dell’arte contemporanea e della videoarte europea. Da Venezia, dove si formò, costruì una ricerca originale tra acqua, fuoco, tecnologia e immagini in movimento

Aveva cominciato dall’acqua, alla fine degli anni Sessanta, e per quasi sessant’anni ha continuato a inseguirne il movimento, facendola scorrere dentro monitor, strutture, architetture. È morto a 86 anni, all’ospedale di Dolo, Fabrizio Plessi, tra i protagonisti dell’arte contemporanea italiana e della videoarte europea.
Nato a Reggio Emilia il 3 aprile 1940, si è formato a Venezia, prima al liceo artistico e poi all’Accademia di Belle Arti, dove in seguito ha insegnato pittura, e in città ha cominciato a definire il linguaggio che avrebbe sviluppato per tutta la vita. «Sono arrivato qui a 14 anni dall’Emilia, Venezia è diventata la grammatica del mio lavoro», ha affermato nel 2020.
La prima parola
Una grammatica che ebbe nell’acqua la sua prima parola. Nel 1968 Plessi la individuò come centro della propria ricerca, portandola da installazioni, film, videotape e performance dentro lo schermo. La definizione di pioniere della videoarte resta perciò stretta: il monitor non fu solo un mezzo, ma materia dell’opera, presenza nello spazio accanto a legno, ferro e pietra. Acqua, fuoco, lava e mare incontravano così la tecnologia per assumere un’altra forma senza perdere fisicità. Fu una delle sue intuizioni più forti: usare la tecnologia senza farne soggetto.
Dal 1990 insegnò all’Università di Colonia una disciplina dal nome eloquente, “umanizzazione delle tecnologie”, diventando poi titolare della cattedra di Scenografie elettroniche. Cambiavano gli strumenti, restava la necessità di ricondurli a una dimensione fisica, sensoriale, umana, senza perdere il peso della materia.
Riconoscimento internazionale
Già nel 1970 e nel 1972 alcune sue opere entrarono nel Padiglione sperimentale della Biennale; nel 1976 realizzò A morte Venezia! , video sul mito e sulla fragilità della città. Nel 1982 il Centre Pompidou di Parigi presentò la sua produzione video, nel 1986 Plessi rappresentò l’Italia alla Biennale con Bronx e l’anno successivo partecipò a Documenta 8 di Kassel con Roma.
Poche tappe bastano a dare la misura di una carriera che da allora lo portò nei maggiori musei e nelle grandi rassegne internazionali. Ma senza allentare il rapporto con Venezia, dove abitava con la moglie Carla al piano nobile di un palazzo del ‘400 a Rialto.
E dove continuò a tornare anche quando il suo lavoro assunse dimensioni monumentali: nel 2005, davanti ai Giardini, innalzò Mare verticale, struttura di oltre quaranta metri attraversata da una cascata elettronica; nel 2017 alla Fenice realizzò Fenix DNA, partendo dai calchi delle decorazioni del teatro. Un momento intenso arrivò nel 2020, con gli ottant’anni e la pandemia. Durante il lockdown realizzò Plessi, progetti del mondo, 44 episodi dedicati ad altrettante città. A settembre, sulle finestre del Correr affacciate su piazza San Marco, L’Età dell’Oro fece scendere cascate digitali dorate su una città ancora segnata dall’emergenza sanitaria e dalla lunga assenza dei visitatori.
Luce e speranza
A ricordare oggi quel momento è anche l’allora sindaco Luigi Brugnaro che, esprimendo il proprio cordoglio, afferma: «Le sue straordinarie cascate d’oro illuminarono le finestre del Museo Correr e piazza San Marco in uno dei momenti più difficili per la nostra città. Un’immagine potente di bellezza, luce e speranza».
L’oro tornò negli anni successivi come ulteriore trasformazione dell’acqua. Nel 2024 la Fondazione Alberto Peruzzo di Padova gli dedicò Plessi. Nero Oro, raccogliendo per la prima volta i suoi disegni. Per lui il disegno non era solo un passaggio preparatorio; era il luogo in cui l’idea prendeva forma.
Ma la sua ricerca, anche negli anni più recenti, continuava a muoversi fra materia e immagine, cambiando strumenti senza perdere i nuclei originari: alla fine di maggio, alla Galleria Deloitte di Milano, Capita Aurea ha fatto dissolvere una testa imperiale digitale in oro liquido.
Il rapporto con il vetro
Fino agli ultimi mesi, in cui pare che abbia cominciato ad avvertire qualche problema di salute, Plessi non si è limitato ad amministrare la sua arte: su invito di Barovier&Toso Arte, nel 2025 ha affrontato per la prima volta il vetro di Murano, materiale dal quale per decenni si era tenuto a distanza per la sua imprevedibilità.
Ha lavorato con i maestri vetrai tra fornaci, fuoco e pasta vitrea, accettando di non poter controllare interamente il procedimento: ne sono nati 40 bicchieri e 36 bottiglie, tutti diversi, nei quali ha cercato di imprimere nel vetro la fluidità dell’acqua. La mostra Perdersi in un bicchier d’acqua, aperta nel novembre 2025, si è chiusa a Murano lo scorso 21 giugno. E recentemente ha anche realizzato L’Anima dell’Amarone per Monteleone21 di Masi, in Valpolicella, dove l’acqua si è trasformata digitalmente in vino anche attraverso l’intelligenza artificiale. Un intervento che dice quanto fosse viva la sua curiosità verso strumenti nuovi, senza trasformarli nel centro dell’opera.
Ma non era ancora pago. In un’intervista, in cui si definì «un Ulisse dell’arte», raccontò di volersi misurare con il vento, «uno degli elementi più impalpabili e più forti», immaginando una grande installazione all’ex Pescheria di Trieste. Dopo acqua, fuoco, lava, mare, oro e vetro, pensava ancora a qualcosa che non si può trattenere. È forse qui che si riconosce meglio Plessi: nell’aver usato per tutta la vita la tecnologia per provare a dare forma a ciò che, per natura, sfugge. «Perdo un amico e Venezia perde un pioniere, un visionario che ha sempre avuto il coraggio di seguire un linguaggio personale, senza cercare il facile applauso», dichiara il sindaco di Venezia Simone Venturini. «Ha saputo guardare Venezia mettendo in dialogo la storia con il contemporaneo».
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