Dalle armi al brindisi europeo: «Così con il vino Sinefinis abbiamo riunito ciò che l’uomo ha diviso»

Il racconto dell'imprenditore di Giasbana: dai ricordi d'infanzia con i militari al confine alle bottiglie servite ai Capi di Stato. «Parlare la lingua del vicino è fondamentale»

Il racconto dell'imprenditore di Giasbana: dai ricordi d'infanzia con i militari al confine alle bottiglie servite ai Capi di Stato
Il racconto dell'imprenditore di Giasbana: dai ricordi d'infanzia con i militari al confine alle bottiglie servite ai Capi di Stato

Da bambino vedeva il confine presidiato dai militari con il fucile, oggi produce un vino simbolo dell'Europa unita. È il racconto dell'imprenditore goriziano, che ripercorre l'evoluzione del confine tra Italia e Slovenia, tra ricordi di controlli, opportunità mancate e una nuova visione condivisa. «Il confine è sempre stato un limite, ma oggi poterlo attraversare liberamente significa costruire dialogo e integrazione», spiega.

Nel 2008 ha dato vita a Sinefinis, un vino transfrontaliero realizzato insieme al produttore sloveno Matjaž Četrtič, diventato un simbolo di collaborazione tra i due Paesi. «Questo vino ricrea ciò che l'uomo ha diviso. Siamo orgogliosi del motto "Proud to be European"». Ma la strada verso una piena integrazione, avverte, è ancora lunga: «Ci sono molti muri da abbattere, soprattutto dal punto di vista burocratico e fiscale».

Qual è il suo primo ricordo legato al confine?

«Ero coi miei nonni, forse pure coi miei genitori. Avrò avuto 8-9 anni. I militari lo presidiavano, dalle parti di Giasbana, dove c’è l’azienda di famiglia. Avevano il fucile».

Un ricordo non felice.

«Direi di no. Quei militari non trasmettevano serenità né simpatia».

Oggi la storia è differente.

«Certo, ma da allora a oggi c’è stata una lunga fase intermedia. Qualche anno fa, mi sono trovato a dover passare il confine tre volte nell’arco di dieci minuti e per tre volte mi sono stati chiesti i documenti. E chissà a quanti altri è capitato lo stesso».

Lo spettro dei controlli è tornato anche di recente.

«Sì, e la ritengo una sconfitta, anche se comprendo il bisogno di questi provvedimenti: le ragioni di sicurezza sono prioritarie, ma chi vive lungo il confine dovrebbe credere di più nel suo abbattimento. L’esigenza dell’Europa penso che ormai sia condivisa da tutti».

La presenza del confine un tempo era sempre negativa?

«Dal punto di vista commerciale, al di là delle aziende legate all’import-export, il nostro orizzonte era a 180 gradi, non a 360 come in altre parti d’Italia e del mondo: era molto difficile, talvolta impossibile, guardare “dall’altra parte”, rapportarsi, commerciare con il vicino di casa».

Anche per chi, come lei, parla lo sloveno?

«La possibilità di usare la stessa lingua semplificava i processi, ma le difficoltà amministrative restavano».

Però, c’era un’economia di confine. Qualcuno si è arricchito.

«Nell’ex Jugoslavia non c’erano prodotti a noi familiari: jeans, fino al caffè e altre merci. È normale che più di qualcuno, lungo la linea di confine, si sia arricchito. Ma il confine, ripeto, è un limite».

Per lei, classe 1975, era meglio, per fare un esempio, nascere a Bologna, senza queste complessità?

«Non saprei, ma so che il potenziale di questo territorio va sfruttato. E il potenziale si lega alla cultura: in passato qui si parlavano italiano, sloveno, friulano e tedesco. Ora, ed è giusto, c’è una mentalità europea: l’inglese permette di aprirsi al mondo. A Nova Gorica, sempre meno sloveni parlano l’italiano. A Gorizia in pochi parlano lo sloveno, anche se le nuove generazioni capiscono questo valore. Parlare la lingua dell’altro, senza nulla togliere all’inglese, per l’integrazione è fondamentale».

Non trova che la gente di confine abbia una visione più allargata, capacità di adattamento maggiore, quella che va di moda chiamare resilienza?

«Sì, anche grazie alle dure prove affrontate nel passato, ma ci sono generazioni che da queste tragedie sono rimaste spaventate: per le nuove è un’altra cosa. Poter andare da una parte all’altra del confine liberamente è un modo per sviluppare un dialogo più forte».

Lei ha anche creato un vino senza confini.

«Nel 2008 è nato Sinefinis grazie al rapporto con il produttore dell’azienda Ferdinand, Matjaž Četrtič. Non lo conoscevo, ma al Mib di Trieste, durante un master, abbiamo cominciato a parlare di lavoro. Così, ci siamo inventati un vino transfrontaliero: c’è una parte di uve e vini vinificati da me e un’altra dal mio socio. Poi, il tutto viene assemblato e classificato come vino europeo. Siamo contenti del suo motto “proud to be european”, “orgoglioso di essere europeo”. Questo vino ricrea ciò che l’uomo ha diviso. Qualche ambasciatore l’ha definito una buona pratica di collaborazione».

Il Sinefinis sembra anche un’abile mossa di marketing.

«Ci ha dato soddisfazioni specie perché ha accompagnato momenti istituzionali. Penso agli incontri dei presidenti Giorgio Napolitano e Danilo Türk, a Roma, Sergio Mattarella e Borut Pahor, in regione. È un progetto che ci ha permesso di creare collaborazioni e di sviluppare l’Ars Sine Finibus, con cui abbiamo legato il vino ad artisti come Giorgio Celiberti e Marco Nereo Rotelli».

Le difficoltà a rapportarsi con la Slovenia in termini commerciali ci sono ancora?

«In misura minore: c’è sempre più sensibilità, anche a livello istituzionale, nel cogliere le necessità della gente. Ma le leggi, l’apparato fiscale tra Italia e Slovenia sono ancora diversi. Vorrei le stesse opportunità».

Leggi e fiscalità in Slovenia sono più snelle?

«Sì, ad ogni livello. In Italia, c’è una gran complessità, anche se mi rendo conto che si tratta di un Paese più grande della Slovenia. Una semplificazione sarebbe giusta».

Quanta strada c’è ancora da fare per l’integrazione?

«Tantissima. Ci sono ancora molti muri da abbattere per costruire qualcosa di più grande. L’importante è non perdere di vista i valori di questo territorio. E sì che l’integrazione è voluta da tutti, anche se con idee, strategie differenti: l’Italia non è grande, la Slovenia è piccola».

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