Franzoso, la Procura sportiva: «Possibili errori dei tecnici»

Lo sciatore italiano aveva perso la vita dopo un grave incidente in allenamento con la Nazionale sulle piste del Cile: «Alla manovra errata si sommano criticità sulla sicurezza»

Alessandro Michielli
Matteo Franzoso
Matteo Franzoso

La morte di Matteo Franzoso non sarebbe avvenuta per un evento accidentale, ma ci sarebbero stati da parte dei tecnici federali della nazionale italiana di sci alpino dei comportamenti censurabili.

È questo uno dei passaggi contenuti nel provvedimento di archiviazione allo stato degli atti redatto dal procuratore federale della Fisi, Stefania Cappa e dal procuratore nazionale aggiunto, Livia Rossi, in merito alla morte dello sciatore italiano avvenuta il 15 settembre 2025. L’atto si basa sulle indagini fatte dai due procuratori, promosse per approfondire gli aspetti disciplinari sportivi (non penali o civili), riguardanti eventuali illeciti sportivi dei tesserati Fisi nel caso specifico.

Il provvedimento è stato sottoposto al vaglio della Procura Generale del Coni, guidata dal prefetto Ugo Taucer, che ha dato parere favorevole all’archiviazione avvenuta il 5 febbraio 2026.

Cosa è successo

L’istante dell’incidente sulle piste di La Parva in Cile in un fotogramma
L’istante dell’incidente sulle piste di La Parva in Cile in un fotogramma

Matteo Franzoso è morto a 25 anni il 15 settembre 2025 a Santiago del Cile, dove era stato ricoverato a seguito di un incidente avvenuto il 13 settembre in allenamento sulla pista di La Parva. Franzoso, cadendo lungo il tracciato dopo una presunta spigolata, aveva sbattuto contro la staccionata in legno posizionata a ridosso della pista di allenamento ed era morto due giorni dopo in ospedale.

L’avvio delle indagini

La Procura Generale dello Sport del Coni, ascoltate le valutazioni della Procura federale, aveva invitato l’ufficio competente a svolgere gli opportuni accertamenti finalizzati alla verifica delle cause del decesso dell’atleta e all’eventuale individuazione di responsabilità in capo ad atleti, allenatori, tracciatori e responsabili Fisi presenti all’allenamento in Cile, che avessero eventualmente cagionato o concorso a cagionare l’evento.

La Procura aveva quindi aperto il fascicolo il 7 ottobre 2025. L’ufficio federale, considerata la particolare delicatezza della vicenda, aveva poi chiesto alla Procura Generale del Coni l’assegnazione di un procuratore aggiunto, incarico poi conferito all’avvocato Livia Rossi.

«Non fu l’unica causa»

L’atto della Procura sportiva, ripercorrendo l’accaduto, si focalizza sul posizionamento della staccionata in legno, collocata a pochi metri dal tracciato di allenamento, che sarebbe stata la principale causa del decesso di Franzoso.

«La natura rigida dell’ostacolo e la distanza ridotta dal tracciato hanno aggravato le conseguenze dell’uscita di pista», si legge negli atti.

«L’evento, pertanto, non può essere ricondotto a una singola causa. Alla manovra errata si sono sommate condizioni strutturali e di sicurezza che hanno limitato i margini di contenimento dell’incidente. La collocazione degli ostacoli, la conformazione dell’area di sicurezza e l’efficacia delle protezioni costituiscono elementi centrali nella valutazione complessiva dell’accaduto».

«Rischio prevedibile»

Secondo l’atto della Procura, la configurazione del tracciato e delle aree adiacenti «non appaiono conformi ai criteri di sicurezza richiesti per una pista destinata ad allenamenti ad alta velocità.

In particolare, la collocazione di strutture rigide all’interno dell’area di potenziale uscita di traiettoria costituisce un fattore di rischio prevedibile e prevenibile, tanto più in considerazione del fatto che diversi atleti avevano segnalato come “pericoloso” il tratto del tracciato dove Matteo Franzoso ha perso il controllo degli sci per la presenza vicina del frangivento».

«Tracciato austriaco»

L’atto specifica che «tutte le persone sentite hanno riferito che il tracciato era stato deciso dal tracciatore austriaco e che la squadra italiana si era fidata della sua predisposizione. Si ritiene che l’assenza di ulteriore controllo da parte dei responsabili (italiani, ndr) abbia inciso in maniera significativa sul profilo delle loro responsabilità. La mancata verifica della corretta predisposizione del tracciato e delle zone di sicurezza, anche in presenza di un tracciatore esterno, ha infatti contribuito a rendere più prevedibile e potenzialmente evitabile l’evento incidentale».

Dalle indagini espletate risulta infatti essere mancato «un ulteriore controllo sulla potenziale pericolosità del tracciato quanto meno da parte dei responsabili della squadra italiana. Il che, con ogni probabilità, ha inciso significativamente in punto di prevedibilità ed evitabilità dell’evento».

Fascicolo chiuso, per ora

La Procura federale, che non ha poteri di polizia giudiziaria ma solo di acquisizione documenti e testimonianze, il 12 gennaio ha chiesto tramite la Procura generale del Coni l’acquisizione di un eventuale fascicolo aperto davanti alla Procura ordinaria di Roma: richiesta sollecitata il 2 febbraio e fino a quel giorno non riscontrata.

E quindi, lo scorso 5 febbraio, ha deciso di archiviare la pratica nei termini stabiliti allo stato degli atti, ritenendo che mancassero gli elementi per promuovere l’azione disciplinare nei confronti dei tesserati. Ma, se dalla giustizia ordinaria dovessero giungere nuovi elementi, il fascicolo potrebbe essere riaperto.

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