Petrolio e debito in fuga: i mercati presentano il conto e l’Italia è sotto pressione
La richiesta di flessibilità e la necessità di conti in ordine non sono compatibili. In uno scenario di disordine crescente, le vendite si concentrano sui buoni di tutti i Tesori della Terra.

C’è della banalità nel male. Dopo aver scatenato un inutile conflitto commerciale globale convinto di poter riscrivere gli assetti multilaterali e diventare il re del mondo, un eccentrico presidente americano provoca una insensata guerra nel vicino Oriente e paralizza i flussi planetari di petrolio e gas. Ne segue che il greggio vola stabilmente oltre i cento dollari il barile, portando con sé le bollette dell’energia e la benzina. L’effetto è un aumento dei costi di produzione e un’impennata dell’inflazione che genera il rialzo dei tassi, dunque una pressione accresciuta sui Paesi coi conti maggiormente in rosso che devono pagare di più per vendere i loro titoli e non fare bancarotta.
In uno scenario di disordine crescente, complicato dai legittimi dubbi sulla redditività dei copiosi investimenti nell’Intelligenza artificiale (Ai), i mercati ballano e le vendite si concentrano sui buoni di tutti i Tesori della Terra. I più oberati dal passivo di cassa cominciano a soffrire e a rischiare grosso per colpa del debito mostruoso, ovvero dell’unica trappola che gli uomini si costruiscono da sé quando pensano di inseguire una libertà che non compete loro.
La situazione
Qui è dove siamo. Kristalina Georgieva, direttrice del Fondo monetario internazionale, avverte che coi livelli mondiali di debito rispetto al Pil destinati nel complesso a superare il 100%, i deficit eccessivi e i costi necessari per il loro finanziamento rappresentano un “fattore principale che incide sulla salute dell'economia globale”.
Succede perché gli Stati hanno meno soldi per sostenere le attività che producono beni e servizi, mentre le imprese se la vedono con un accesso al credito più difficile e salato. Una crescita mondiale già non fortissima rischia di non arrivare al 3% promesso dal Fmi, con ricadute sui cittadini e le famiglie. Si profila pertanto l’ennesimo aumento delle diseguaglianze economiche e sociali, mentre l’inflazione corrode i consumi di chi ha meno. Si diffonde la sfiducia, ragione d’essere di ogni crisi. Così, sottolinea Georgieva, nelle capitali servono “scelte politiche molto dure” per contenere la spesa pubblica e i costi di finanziamento ai massimi da anni. Non c’è scelta: è “urgente” ricostruire lo spazio di manovra fiscale.
Paura

È uno scenario da paura quello in cui i buoni trentennali statunitensi si vendono al 5,73%, quelli decennali francesi a 4,87. La sfiducia per la gestione delle economie occidentali è palese e può trasformarsi in una spirale capace di autoalimentarsi. Colpisce come il livello del servizio del debito sia più alto dei tassi di interesse ufficiali – 3,75/4% l’americana Fed e 2,50/2,90% il livello Bce - è un differenziale di scetticismo clamoroso. I mercati, che devono sempre giocare contro qualcuno, hanno deciso che l’alto indebitamento sovrano è una valida ragione per prendersela con i Paesi più scoperti.
In questa prospettiva, essere italiani, cioè i titolari del primo debito europeo (138% del Pil), equivale a una maledizione. Il governo non ha la coperta per tentare un’azione anticiclica o per compensare gli scompensi energetici, mentre butta i miliardi per rifinanziare il suo passivo.
Il tasso sui Btp decennali è salito al 4,72%, il livello di tre anni fa. La spesa complessiva per interessi del 2026 è stimata dal Tesoro in 96,3 miliardi, nel 2027 a 103 e nel 2029 a 117, sempre che non si deteriori ancora il quadro. Lo spread indica in 120 punti il divario dai bund tedeschi, pure in ascesa (3,50%). L’inflazione è al 4,2%, mezzo punto oltre il dato europeo che può spingere la Bce a scaldare il costo del denaro in dicembre.
Il rigore
Kristalina Georgieva chiede a tutti riforme, come la Commissione Ue e l’Ocse. Vuole che gli stati consolidino la crescita, favorendo le imprese e mettendo salario in tasca ai lavoratori. Più in generale si invoca il rigore. Il che porta alle contraddizioni della routine italiana in cui il ministro Giorgetti, guardiano della cassa, promette gestione ferma per convincere i mercati a non sfidarlo, mentre la premier Meloni chiede margini di spesa (cioè più debito) per l’ultima manovra prima delle elezioni e la Lega vuol scardinare i vincoli che l’Ue (Italia compresa) ha indicato nel nome della stabilità continentale.
È un passo incompatibile col caos che c’è lì fuori. Se intorno all’Iran non tornerà la calma, il greggio resterà stellare, l’inflazione non calerà e i tassi non si fermeranno. Non è affatto tempo di cumulare altro debito, neanche se lo si chiama “flessibilità” perché sempre debito è. Occorrono sangue freddo, con risparmi e investimenti ben mirati e, purtroppo, qualche rinuncia.
La guerra all’odiosa Repubblica islamica minaccia una pandemia finanziaria in cui ogni sbocco è possibile. L’esito peggiore è banale da immaginare: crisi debitoria, attacco ai fragili e recessione. Come banale sarebbe stato prevedere gli effetti globali delle bombe su Teheran se si avesse avuto l’avvedutezza di esaminarli senza paura di contraddire le stravaganze del presidente Trump.
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