Attentato incendiario al giornalista vicentino: «Non riusciranno a fermarmi»
Bottiglie incendiarie e bombole di gas contro la casa del giovane cronista vicentino Adriano Cappellari: «La Camorra? Non capisco che interesse possa avere per un giornalista di
provincia vicentino...»

Un attentato incendiario ha colpito l'abitazione di Adriano Cappellari, giovane giornalista vicentino collaboratore del Giornale di Vicenza e del quindicinale L'Altopiano, da tempo impegnato a raccontare la situazione di Caivano e l'attività di don Maurizio Patriciello.
Cappellari, cos’è successo?
«Ero andato a cena da alcuni vicini, visto che i miei sono in vacanza. Sono rientrato intorno alle 23,15».
L’orario dell’attentato...
«Avevo fatto giusto in tempo a chiudermi la porta alle spalle, quando ho sentito un boato violentissimo e visto la casa illuminarsi di rosso. Ero appena rientrato, evidentemente chi ha piazzato l’ordigno mi sorvegliava».
E poi?
«Sono corso fuori. C’erano le fiamme altissime, gente che urlava. A terra i vetri rotti delle finestre, le auto danneggiate. E poi i vicini che gettavano acqua per spegnere le fiamme».
Ha capito che il destinatario di quell’attentato era lei?
«No, affatto. Non capivo cosa fosse successo. Le prime minacce le avevo ricevute a novembre, dopo un mio articolo di solidarietà verso don Patriciello. Altre a febbraio. Poi, più niente».
Che genere di minacce?
«Lettere, alcune recapitate a casa mia, altre nella sede della redazione dell’Altopiano. Lettere in cui mi veniva intimato di smettere di scrivere: «tu e don Patriciello parlate troppo», «siete delle merde», «dovete finirla o vi faremo finire noi». «Se non smetti con le buone, smetterai con le cattive», l’ultima: quella della scorsa notte. E poi le fotografie: di don Patriciello, Meloni e alcune mie. I nostri volti cerchiati di rosso e cancellati con una X. Alcune mi riprendevano nel giardino di casa. I miei genitori sono sconvolti».
Paga i suoi rapporti con don Patriciello?
«Lo stimo tantissimo, sostengo il suo lavoro. Ma io sono un giornalista di provincia, che scrive di incidenti e inaugurazioni di locali, non faccio certo inchieste sulla criminalità organizzata».
E allora come si spiega tutto questo?
«Sinceramente non lo so. Ho provato anche a scavare nella mia vita privata, ma non ho trovato un solo altro episodio, una singola circostanza in grado di spiegare quello che è successo».
Non crede dunque che le minacce siano legate al suo rapporto con don Patriciello?
«Tenderei a escluderlo. Non vedo quale possa essere l’interesse della camorra verso un giornalista della provincia di Vicenza. Penso piuttosto che sia una scusa, un tentativo portato avanti da qualcuno perché io smetta di scrivere per l’Altopiano. Forse per invidia o per questioni di paese, che però non sono ancora riuscito ad afferrare».
I messaggi di solidarietà nei suoi confronti sono stati tanti, questo la rincuora?
«Sicuramente è qualcosa che dà sollievo e che mi fa molto piacere. Sono anche contento che il primo a chiamarmi, per manifestarmi la sua solidarietà e sostenermi, sia stato proprio don Patriciello».
Perché quel suo articolo, a novembre? Su un fatto di cronaca avvenuto a 700 chilometri dal suo paese...
«L’ho detto: io stimo tantissimo don Patriciello. Gli avevano appena recapitato un proiettile e volevo fargli sentire la mia vicinanza, fargli sapere che non era solo. Mi sembrava doveroso».
Ci sono notizie delle indagini?
«Ancora no. So che gli inquirenti stanno battendo tutte le piste. C’è il video dell’attentato, nel quale è ripreso l’attentatore: un uomo solo, con una pistola in mano e un passamontagna. Non so cosa pensare».
Vogliono farla stare zitto, ma lei cosa farà?
«Continuerò a scrivere, continuerò a raccontare. Io sono un giornalista e non smetterò di esserlo».
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