Il caso di Alberto Trentini: cosa sappiamo
L’attacco degli Stati Uniti a Caracas apre a nuovi scenari geopolitici: il blitz potrebbe accelerare il rilascio di Alberto Trentini o irrigidire ulteriormente i rapporti tra Venezuela e Occidente

Sono ore cruciali per il destino di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre quattrocento giorni nelle carceri venezuelane. L’attacco sferrato all’alba dagli Stati Uniti a Caracas spalanca diversi scenari sul destino del 46enne che dal 15 novembre del 2024 si trova nel carcere di massima sicurezza di El Rodeo.
“Un prigioniero politico”, lo ha definito solo pochi giorni fa don Luigi Ciotti, presidente di Libera durante l’ultima iniziativa organizzata da Articolo 21 ad Assisi per rilanciare l’appello alla sua liberazione.
Il lavoro di Alberto Trentini
Trentini lavorava per la Ong Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza umanitaria alle persone con disabilità. Era arrivato in Venezuela il 17 ottobre 2024 per una missione umanitaria. Il 15 novembre, in direzione Guasdalito da Caracas, era stato fermato a un posto di blocco, insieme all’autista dell’organizzazione. Nato al Lido di Venezia e diplomatosi al liceo scientifico Benedetti, il 45enne veneziano si è laureato nel 2004 in storia moderna e contemporanea all’università di Ca’ Foscari.
Nel 2013 ha conseguito il diploma in assistenza umanitaria a Liverpool, infine nel 2021 ha ottenito il diploma al master di Water, Sanitation and Health Engineering a Leeds. In mezzo, una marea di esperienze sul campo sparse in giro per il mondo. Nel 2008 è stato in Ecuador, poi in Bosnia.
Tra il 2013 e il 2014 si è spostato invece in Etiopia nell’ambito di un progetto finanziato da Europa e Fao per migliorare i mezzi di sussistenza delle comunità agropastorali dell'Etiopia meridionale. Nel 2014 si è trasferito in Paraguay per gestire la risposta all’emergenza alluvione che sconquassa il paese. L’anno successivo in Nepal e poi ancora in Grecia.
Tra il maggio e il dicembre 2017, Alberto ha lavorato in Perù, a Piura, in un progetto volto ad assistere 1.500 famiglie colpite dalle inondazioni. A cavallo del 2020, invece, sempre in Perù ha fornito assistenza ai migranti provenienti dal Venezuela. A partire dal 2022, la sua attività si è spostata prima in Colombia e poi in Venezuela, con la Ong francese Humanity and Inclusion.
La cattura
Fin dai primi giorni della sua cattura, è apparso evidente come la detenzione di Trentini, su cui pendono accuse generiche e mai circostanziate da parte di Caracas, non fosse altro che uno strumento di pressione politica sul governo italiano e più in generale sui governi occidentali. Un intreccio in cui, inevitabilmente, gioca un ruolo preminente anche il governo degli Stati Uniti.
Non a caso, a inizio dicembre il segretario di Stato Usa Marco Rubio aveva assicurato all’Italia il sostegno americano per ottenere la liberazione del cooperante veneziano in un contesto di crescenti tensioni tra Washington e Caracas.
Tensioni culminate nell’attacco sferrato all’alba del 3 gennaio alla capitale del Venezuela: uno scenario di guerra e di tensioni particolarmente delicato per le sorti di Trentini, tutt’ora detenuto in carcere. Bisognerà ora capire se il blitz militare deciso dal governo Trump possa accelerare il suo rilascio o, al contrario, esacerbare ancor di più i già complicati rapporti di forza tra le parti.
Gli ultimi mesi di trattative diplomatiche sotto traccia hanno raccontato una situazione di stallo apparentemente senza sbocchi. In un anno, tre sono state le telefonate concesse dai carcerieri di Trentini. Il 46enne originario del Lido ha potuto brevemente chiamare la sua famiglia, che da oltre dodici mesi lo aspetta impaziente al Lido di Venezia.
Cosa potrebbe succedere adesso?
A fine novembre, poi, era stata resa pubblica la seconda visita in carcere dell’ambasciatore d’Italia a Caracas, Giovanni De Vito ad Alberto Trentini. L’ambasciatore aveva riferito alla Farnesina di aver trovato Trentini in condizioni di umore migliore rispetto alla volta precedente. La visita era stata interpretata come un passo avanti nei rapporti diplomatici da parte del governo italiano.
Ad oggi, però, la situazione è ancora bloccata nonostante le accorate richieste della famiglia al governo di fare tutto il possibile per liberare Alberto. Nel frattempo, gli appelli di vicinanza e solidarietà si sono moltiplicati.
E la mobilitazione a sostegno di Trentini ha raggiunto tutto il paese. Solo pochi giorni fa, lo stesso presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva contattato la mamma di Alberto, Armanda Colusso, per manifestare la vicinanza dello Stato italiano.
Coinvolto anche lo stato del Vaticano, con una lettera inviata dalla stessa Armanda Colusso a Papa Leone XIV, nella speranza che il pontefice potesse fare da intermediario in questo intrigo diplomatico. Ora lo scoppio delle ostilità tra Venezuela e Stati Uniti. E l’Italia con il fiato sospeso per le sorti di Trentini.
Riproduzione riservata © Tribuna di Treviso









