Repubblica festeggia 50 anni, tra ironia sulla vendita e ricordo collettivo

Ezio Mauro: "La democrazia è la nostra storia". Orfeo: "La difenderemo fino all'ultimo"

(di Chiara Venuto) (ANSA) - ROMA, 18 GEN - "Fa un certo effetto eh? Ci si emoziona ancora?", ha chiesto Mario Orfeo a Ezio Mauro, sul palco della sala Sinopoli dell'Auditorium Parco della Musica, in apertura della festa per i 50 anni di Repubblica. "Man mano che si avvicinava questo appuntamento è venuta fuori un'emozione che non avevo previsto", ha risposto lo storico direttore. È cominciata così la serata-evento dedicata al mezzo secolo del quotidiano - "una festa di famiglia", l'ha definita Orfeo, che guida la testata da ottobre 2024 - nato il 14 gennaio 1976 dal genio di Eugenio Scalfari e raccontato nel corso di tre ore dai protagonisti della sua storia e da altri amici importanti. Senza dimenticare quella promessa iniziale di Scalfari, letta in apertura da Luca Zingaretti: "Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un'illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d'avere operato una scelta di campo". In platea, oltre ai lettori del giornale, erano tante le firme uscite dalle pagine per farsi carne ed ossa e venire alla festa, commuoversi nel corso del racconto collettivo, parteciparvi. Non si può dimenticare la preoccupazione per la vendita di Repubblica - alla luce della trattativa per la cessione del gruppo editoriale Gedi ai greci del gruppo Antenna - e i messaggi in tal senso non sono mancati, quasi a seguire quel monito iniziale del fondatore a prendere posizione. "Questo passaggio è complicato - ha spiegato Ezio Mauro - perché riguarda la salvaguardia dell'occupazione, di cui il Cdr si fa portavoce, ma anche l'identità politica del giornale. A Repubblica il nucleo identitario coincide con il nucleo commerciale. Se prendi a calci uno prendi a calci l'altro. La democrazia è la gente che lavora a Repubblica, i lettori e la storia di questo giornale". La risposta di Orfeo: "Tutti sappiano che Repubblica non rinuncerà mai alla sua indipendenza e alla sua libertà. Le difenderemo fino all'ultimo minuto dell'ultimo giorno". Mentre Corrado Augias si è detto "molto inquieto e anche addolorato" e ha richiamato "alla fermezza da parte della direzione e la compattezza da parte della redazione", c'è stato chi ha ironizzato. "Vuoi che ti chiami Marios?", ha domandato Geppi Cucciari a Orfeo. Dunque, la conduttrice ha letto il discorso di Pericle agli ateniesi, un "elogio della democrazia" e ha commentato: "speriamo che ad Atene siano ancora come a quei tempi". In un monologo, Michele Serra ha proposto il suo punto di vista sul futuro: dal ritiro di "Antenna, che rinuncia all'acquisto perché pensava Repubblica fosse una catena di sale da gioco", fino al ritorno al ciclostile e le nuove storiche "prime pagine di una Repubblica autogestita", come quella "sulla vittoria dell'IA al Festival di Sanremo del 2036 con un brano 'orribile, già sentito, quindi in linea con i gusti sanremesi'". Sul palco anche Giorgia, che ha cantato "Gocce di memoria", "Tu mi porti su", "Come saprei", "Se mi vuoi" di Pino Daniele e "La cura per me". Gino Castaldo ha ricordato quella volta che gli fu chiesto un pezzo per spiegare "perché Giorgia avesse vinto il Festival" nel 1995: "In effetti ce lo chiedevamo tutti", ha ribattuto lei, ridendo. Tanti i ricordi che sono tornati a galla. Per Massimo Giannini, che ha parlato dei "tanti nemici" di Repubblica, "la lezione di questi 50 anni è semplice: il potere è sempre più effimero, le leadership tendono a sfiorire sempre più in fretta, i nemici passano e Repubblica resta. Repubblica non siamo solo noi, grandi firme, lettori e manager, ma anche redattrici, redattori, segretarie, autisti". Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha raccontato del suo rapporto con la stampa, di come "all'inizio venivo massacrato come tutti gli animali strani, ma il primo giornalista importante a farmi un'intervista fu Castaldo. Scrisse un pezzo molto tenero, anche un po' paternalistico, comunque dolce su di me. Mi emozionò molto". Mentre Roberto Benigni ha lanciato un appello: "C'è una pagina su di me nel numero zero di Repubblica, se qualcuno ce l'ha me la dia". E chissà che dopo 50 anni non ricompaia in qualche cassetto. (ANSA).

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