'La vita a Teheran tra le macerie e il terrore di un'invasione'

La testimonianza di Soraya 'la guerra un pretesto per reprimere ulteriormente il popolo'

(ANSA) - ROMA, 26 MAR - "Questa guerra ha fornito al regime un ottimo pretesto per reprimere ulteriormente il popolo e la società civile, il tutto sotto la bandiera della 'protezione dell'Iran islamico'. Teheran e molte altre città sono ridotte in macerie e il fumo grigio e la pioggia acida sono diventati uno spettacolo costante. Oltre alle basi del regime, vengono distrutte le case e gli edifici civili della gente comune e, a causa della mancanza di internet, nessuno ne parla. Io stessa ho perso quattro amici e l'idea dell'impiego di forze di terra e una serie di bombardamenti massicci da parte dell'America e di Israele per una azione finale ci terrorizza". A parlare all'ANSA è Soraya (nome di fantasia), iraniana quarantenne, che per anni ha vissuto all'estero ma quando ha compreso che la situazione stava precipitando è tornata nel suo paese per stare accanto alla famiglia. "La società è piena di contraddizioni. I sostenitori della Repubblica Islamica hanno occupato le strade con le loro bandiere. Molti di loro sono armati, e tra questi ci sono bambini di tredici o quattordici anni e giovani inesperti che imbracciano armi, i quali non hanno ancora sviluppato la capacità di distinguere il bene dal male", prosegue la donna. "L'Iran è un paese dove nessun luogo è più sicuro. Il rumore di aerei da combattimento, droni e missili è diventato parte della vita quotidiana e ci sono vittime che non sono né Guardie Rivoluzionarie né soldati, ma semplici passanti o persone che si trovavano nelle proprie case e che non hanno un nome, non sono certamente 'martiri dell'Islam' né 'nomi immortali per la patria e la libertà dell'Iran'", come li chiama il regime. "Bisogna parlare anche di loro", chiede la giovane iraniana. "Sebbene tutti si oppongano unanimemente alla Repubblica Islamica, una guerra di tale portata, che coinvolge il mondo intero e sottopone il popolo iraniano a una pressione estrema, non è mai stata finalizzata all'instaurazione della democrazia", osserva Soraya. "Attacchi missilistici, edifici distrutti, case, ospedali e scuole sono l'ultima cosa di cui il popolo ha bisogno in nome della libertà. La democrazia non può essere costruita sulle rovine e sui cadaveri di una nazione. Dall'attacco all'Iran, le minacce della Repubblica Islamica contro il suo popolo si sono moltiplicate. Ogni azione, persino fotografare le aree distrutte, è considerata 'collaborazione con il nemico straniero' e comporta la pena di morte". Nonostante la paura e le minacce, però, Soraya sottolinea come "il popolo iraniano vive con la speranza. Abbiamo celebrato insieme lo 'Chaharshanbe Suri', la festa del 'Mercoledì rosso' nonostante i messaggi che minacciavano di etichettarci come 'nemici' per la celebrazione. Abbiamo ballato a Capodanno, tra lacrime e sorrisi, sostenendoci a vicenda e rispettando le tradizioni iraniane. Siamo diventati un grande 'noi', in attesa del giorno in cui ci trasformeremo nel Simurgh, come vuole la mitologia persiana. Il mondo deve sapere che la Repubblica Islamica dell'Iran non è il popolo iraniano. Noi iraniani, sotto questa immensa pressione, viviamo con coraggio e speranza, e qualsiasi azione straniera che danneggi il popolo o le infrastrutture vitali della nazione è per noi inaccettabile", conclude la donna (ANSA).

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