Koinè, il ristorante fatto con le storie dei migranti

(di Alessio Porcu) (ANSA) - ALTIPIANI DI ARCINAZZO, 14 LUG - Un ristorante per creare piatti unici mischiando sapori tipici di cucine diverse. E al tempo stesso un laboratorio, nel quale costruire conoscenza, competenza, autonomia. Si chiama 'Koiné Hostaria' ed è il ristorante realizzato all'interno di un Centro di Accoglienza Straordinaria, gestito dai migranti ed aperto al pubblico: è stato inaugurato agli Altipiani di Arcinazzo, al confine tra le province di Frosinone e Roma. L'idea nasce dalla direttrice Angela Ferri e da Marco Macis, gestori del Centro di accoglienza Traiano Imperatore. A curare la ristorazione è lo chef Alessandro Marsili coadiuvato dai due cuochi del centro, Roger Bangoura Alain e Luciano Celletti. "Aprire un ristorante all'interno di un Centro di Accoglienza e proporlo al pubblico rappresenta un cambio di paradigma - spiega Marco Macis - L'immigrazione non può essere affrontata solo come un'emergenza da gestire ma anche come un'opportunità di crescita per il territorio e di inclusione. Il lavoro è il punto di partenza: restituisce dignità, favorisce l'autonomia e trasforma l'accoglienza in un percorso concreto di integrazione. È così che si costruisce una società più inclusiva, capace di valorizzare le persone e le loro competenze". Il nome Koinè non è una scelta casuale: era la "lingua comune", quella capace di unire popoli e culture diverse attraverso la comunicazione, spiega la dottoressa Barbara de Simone, docente di Lingua Italiana nel centro di accoglienza e tra gli ideatori del progetto. "Nel nostro ristorante quella lingua comune è l'armonia dei sapori dei nostri piatti: un linguaggio universale che supera le differenze e favorisce l'incontro, il dialogo e la condivisione", osserva. In quella struttura vengono ospitati ragazzi protetti su scala internazionale perché perseguitati nei loro Paesi di origine. Storie diverse, sofferenze diverse: che però si scontrano con la diffidenza comune: "Il ristorante contribuisce a superare l'immagine stereotipata del centro di accoglienza come un luogo chiuso o potenzialmente conflittuale, trasformandolo in uno spazio di incontro interculturale", sottolinea la dottoressa Angela Ferri, direttrice della struttura. "Aprire le porte di questa attività significa promuovere la massima trasparenza nella gestione del centro e favorisce un rapporto diretto con il territorio. Solo attraverso la conoscenza reciproca e la condivisione degli spazi è possibile abbattere pregiudizi e diffidenze, costruendo un dialogo autentico tra la comunità e gli ospiti della struttura". Il ristorante è aperto solo il venerdì, il sabato e la domenica e solo su prenotazione. È concepito come un viaggio fatto di persone, culture e storie di migrazione. L'esperienza prende forma attraverso i racconti presenti sui tavoli, che non sono identificati soltanto da un semplice numero, ma da un nome che introduce una storia, ispirata liberamente alle esperienze reali di chi oggi vive nel centro di accoglienza e ha intrapreso un percorso di crescita e integrazione. (ANSA).
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