Alessandro Carloni, 'così abbiamo reso universale il Gatto col Cappello'
(ANSA) - LOS ANGELES, 03 NOV - "Non ho letto 'Il Gatto col Cappello' da piccolo. L'ho scoperto più tardi, quando a 14 o 15 anni ho cominciato a studiare seriamente l'inglese. Fu mio padre a regalarmi il libro e da allora quel personaggio è rimasto legato al suo ricordo. Purtroppo non c'è più, per questo ritrovare il Gatto proprio adesso è stato molto emozionante". Alessandro Carloni racconta così, in un'intervista all'ANSA a Los Angeles, il suo legame con il felino fuori stazza e combinaguai inventato da Dr. Seuss nel 1957, diventato per generazioni di bambini statunitensi un personaggio familiare quanto Pinocchio lo è per quelli italiani. Quell'eroe monello è ora protagonista del film d'animazione che Carloni ha diretto per Warner Bros. insieme a Erica Rivinoja, nelle sale dal 5 novembre. "Nella copertina dei libri di Dr. Seuss c'è scritto 'Posso leggere tutto da solo'. Negli Stati Uniti i bambini imparano a leggere con quelle storie. Io ci ho imparato l'inglese. E ora mi ritrovo a scrivere proprio in quella lingua un film tratto da Dr. Seuss. Il cerchio si chiude", osserva sorridendo. Nato a Bologna nel 1978 e cresciuto a Urbino, da adolescente Carloni immaginava un futuro da musicista o scrittore. Ha studiato letteratura e filosofia a Milano, ma i primi lavori lo hanno presto dirottato verso l'animazione, portandolo in giro tra Germania, Danimarca e Gran Bretagna. Ha realizzato cortometraggi pluripremiati e videoclip musicali, tra cui il celebre 'Che t'aggia dì', con Adriano Celentano e Mina trasformati in paperi. Nel 2002 è arrivato a Hollywood per lavorare alla DreamWorks, dove ha contribuito a saghe di successo come 'Kung Fu Panda' e 'Dragon Trainer', passando dall'animazione allo sviluppo delle storie. Nel 2016 è arrivata la consacrazione con 'Kung Fu Panda 3', di cui ha firmato la regia insieme a Jennifer Yuh Nelson. La sua esperienza internazionale l'ha aiutato a portare sul grande schermo un personaggio profondamente radicato nella cultura statunitense. "Esiste una forma di comicità un po' assurda, tipicamente italiana, che si sposa bene con quella di Erica (nata e cresciuta in New Mexico)", osserva sorridendo alla collega. "Ma essere un immigrato mi ha aiutato a capire quali battute funzionano anche fuori dagli Stati Uniti e quali no. Volevamo rispettare un libro così emblematico e importante per l'immaginario di questo Paese senza però fare un film soltanto per gli statunitensi. Ogni tanto Erica scriveva una battuta fantastica e mi toccava dirle: 'Bella, ma intraducibile!'". Il film segue due fratellini alle prese con un trasloco e con le difficoltà di una vita da ricominciare. "Li presentiamo attraverso il contenuto degli scatoloni che portano nel nuovo appartamento - racconta Carloni -. Il fratellino ama l'oceano e sogna di diventare pilota, e tutti i suoi oggetti raccontano queste passioni. La sorella soffre per aver lasciato gli amici, quindi le sue scatole sono piene di ricordi della vita precedente. La madre è l'adulta pragmatica che deve tenere insieme la famiglia, e lo capiamo dalla quantità di documenti, moduli delle tasse, bollette che ha inscatolato: tutte le gioie della vita adulta, insomma", ironizza. Sono proprio quei pacchi a diventare i portali dell'avventura fantastica plasmata dal Gatto. "Invece di viaggiare verso un mondo magico lontano, facciamo tuffare i personaggi dentro le scatole. Il viaggio assume una dimensione interiore, un percorso attraverso i ricordi, la nostalgia e il passato. In un certo senso, l'intero film è una metafora della casa. Che cosa significa casa? È il luogo da cui veniamo? Quello dove vogliamo andare? Quello che abbiamo lasciato? Oppure è dove si trovano le persone che amiamo? Alla fine, casa è proprio qui, nel presente". Dice e sorride bonario e accogliente, punta le dita sul bracciolo della poltrona. Si riferisce ai bambini disegnati del suo film, ma anche a se stesso. (ANSA).
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